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Le parole che descrivono la violenza

Quando ci si avvicina per la prima volta al fenomeno della violenza di genere si incontrano numerose definizioni e termini specifici. Di seguito sono fornite indicazioni utili per capire cosa si intenda con alcune delle definizioni maggiormente diffuse.

Violenza di genere
Il termine “genere” è stato introdotto per sottolineare la differenza tra “sesso” (biologico) e “genere” (culturale): quell’insieme di ruoli, comportamenti, attributi che sono socialmente costruiti e che la società considera appropriati per donne e uomini.
Con il termine di genere si fa riferimento, nello specifico, a tutte quelle violazioni, discriminazioni, soprusi, disparità, subite dal genere femminile ed agite dal genere maschile.
Si tratta quindi della violenza che punta a controllare il corpo delle donne (come ad esempio la violenza sessuale), a limitarne la libertà o a rivendicarne il possesso (l’ex partner che non accetta la libertà di scelta della donna), nata dal non riconoscimento di pari uguaglianza rispetto agli uomini (come gli aborti selettivi di bambine, considerate meno desiderabili di un figlio maschio) o dal fatto che la donna non si conforma a ciò che “culturalmente” ci si aspetta lei faccia o sia (il marito che picchia la moglie perché non ha preparato il pranzo).

Violenza domestica
Con questo termine ci si riferisce non tanto ad una tipologia di violenza, bensì ad una tipologia di aggressore. Si indicano con questo nome le violenze operate da un maltrattante legato da un rapporto intimo alla vittima: un marito, un partner o un ex partner, un parente. È la forma più diffusa di violenza di genere al mondo.

Violenza assistita
Soprattutto nei casi di violenza domestica, è difficile pensare che gli eventuali figli della donna vittima di maltrattamenti restino esclusi da tale problematica. Recenti studi hanno dimostrato che l’esposizione dei figli minori a qualsiasi tipo di maltrattamento perpetrato ai danni di una figura di riferimento affettivo può comportare gravi ripercussioni sullo sviluppo dei bambini, sia quando essi facciano esperienza di tali atti direttamente (quando avvengono direttamente nel loro campo percettivo) che indirettamente (percependone gli effetti).

Femminicidio e femicidio
Femicidio e femminicidio sono due parole entrate da poco nel dibattito pubblico italiano. Spesso utilizzate come sinonimi, in realtà hanno significati leggermente diversi, anche se entrambi i termini derivano dalla parola inglese femicide. Mentre con il termine “femminicidio” si intende tutto l’insieme delle violenze e delle discriminazioni operate contro il genere femminile (quindi riguarda anche la limitazione della loro libertà sul piano della partecipazione alla vita pubblica, della socialità, eccetera) e che possono sfociare anche nel tragico epilogo della morte, la parola “femicidio” sta a significare proprio l’omicidio di una donna fondato su motivazioni di genere, come visto poco sopra.

Le tipologie di violenza

La violenza può manifestarsi in molte forme. Di seguito sono brevemente esposte le tipologie più diffuse.

Violenza fisica
Include azioni quali spingere, strattonare, tirare i capelli, schiaffeggiare, scuotere, prendere a calci o con i pugni, minacciare con uso di armi, colpire con un oggetto, bruciare, mordere, strangolare, pugnalare, mutilare (ad esempio gli organi genitali), torturare, uccidere.
Sono violenza fisica anche comportamenti di trascuratezza quali la privazione del cibo e di cure mediche o il sequestro, lanciare e rompere oggetti come segno di intimidazione.
La gravità delle ferite varia a partire da abrasioni e graffi, passa attraverso denti ed ossa rotte, per arrivare fino a lesioni permanenti ed alla morte.

Violenza psicologica
Difficile da individuare, comprende comportamenti che puntano a danneggiare l’identità e l’autostima della donna: sarcasmo eccessivo, maldicenze, osservazioni maliziose o umilianti, minacce e intimidazioni rivolte anche ai figli, ai membri della famiglia della donna, amici o animali domestici; disprezzo, brutalità, insulti in pubblico, costrizioni a comportamenti contrari alle credenze della donna, reificazione e svalorizzazione.
La violenza psicologica si esprime anche attraverso l’isolamento della donna dagli amici e dalla famiglia e la privazione dei legami affettivi.
Le donne maltrattate psicologicamente corrono un rischio molto alto di essere vittime di violenza fisica e sessuale.

Violenza sessuale
Qualsiasi atto sessuale non consensuale, compresi scherzi e giochi sessuali non desiderati, gli sguardi fissi o concupiscenti, le sottolineature inopportune, l’esibizionismo, le telefonate offensive, le proposte sessuali sgradite, l’obbligo di guardare pornografia o parteciparvi, i palpeggiamenti non desiderati, i rapporti sessuali forzati, lo stupro, l’incesto, il commettere atti sessuali dolorosi o umilianti per la donna, la gravidanza forzata, la tratta delle donne e il loro sfruttamento sessuale.

Molestie sessuali
Ogni comportamento indesiderato a connotazione sessuale o qualsiasi altro comportamento basato sul sesso che offenda la dignità delle donne nel mondo del lavoro ivi inclusi atteggiamenti male accetti di tipo fisico, verbale o non verbale.

Violenza economica
L’esercizio di un controllo ingiusto sulle risorse comuni, al fine di creare una dipendenza economica, sia che si tratti di controllare l’accesso al denaro della coppia sia di impedire alla partner di lavorare o di perfezionare la propria istruzione sia di negare i diritti della donna sulle proprietà. Costringere a firmare documenti, a intraprendere iniziative economiche, a volte truffe, oppure costringere la donna ad affrontare tutte le spese familiari esclusivamente con le sue risorse o imporre impegni economici non voluti.

Stalking
Comportamenti persecutori protratti nel tempo tesi a far sentire la vittima continuamente controllata, in stato di pericolo e tensione costante, come pedinamenti, molestie telefoniche, appostamenti sotto casa e sul luogo di lavoro, minacce, danneggiamenti all’auto e/o ad altre proprietà della donna. Sono frequenti soprattutto dopo un’eventuale separazione.

Il contesto normativo
Il cammino che ha portato al riconoscimento del fenomeno della violenza contro le donne come un problema da contrastare anche a livello legislativo è stato articolato e lungo. Il primo documento internazionale che ha sancito ufficialmente il diritto delle donne a non subire violenza è stata la Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’Eliminazione della violenza contro le donne, adottata a Vienna nel 1993. Il documento, oltre a chiarire ufficialmente che “i diritti delle donne sono diritti umani”, fornisce una definizione di violenza nei confronti delle donne, con la quale quindi per l’ONU si intende: “ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata”.
A livello europeo, la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla “prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, meglio conosciuta con il nome di Convenzione di Istanbul del 2011, costituisce primo documento internazionale sulla violenza contro le donne ad essere giuridicamente vincolante. Il documento, che parte dalla stessa lettura culturale delle radici della violenza contro le donne, impegna gli Stati firmatari a proteggere le donne da ogni forma di violenza e prevenire, perseguire ed eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica.
In Italia si inizia a contrastare la discriminazione istituzionale delle donne a partire dal 1975, anno in cui viene approvato il nuovo diritto di famiglia, che prevede l’abolizione dell’autorità maritale sulla consorte. Prima di allora il coniuge veniva autorizzato a far uso di mezzi di correzione e disciplina nei confronti non solo dei figli, ma anche della propria moglie, è solo nel 1981 che scompaiono dal nostro codice il delitto d’onore, che riduceva in modo molto significativo le pene per chi provocava la morte “della coniuge, della figlia o della sorella” nel momento in cui ne scoprisse una relazione illegittima o un comportamento che potesse provocare “offesa all’onor suo o della sua famiglia” e il “matrimonio riparatore” che consentiva, a chi avesse commesso uno stupro, di vedere estinto il proprio reato qualora avesse contratto matrimonio con la propria vittima (anche in caso di stupri di gruppo).
Un significativo cambiamento di prospettiva nella cultura giuridica dominante è stato operato con la Legge n. 66 del 15 febbraio 1996: attraverso una modifica sostanziale sul piano giuridico, la violenza sessuale è stata definita non più come un “reato contro la morale e il buon costume”, ma è stata riconosciuta come un “reato contro la persona e contro la libertà individuale”.
Inoltre tramite la Legge n. 154 del 5 aprile 2001, sull’allontanamento del familiare violento, sono state previste misure di protezione sociale per le donne che subiscono violenza.
Infine risultano di particolare importanza, soprattutto per gli strumenti concreti di repressione messi in campo, la Legge 23 aprile 2009, n. 38 (cosiddetta legge sullo stalking) e la più recente Legge 15 ottobre 2013, n. 119 che amplia la possibilità per il Questore di utilizzare lo strumento dell’ammonimento, previsto in un primo momento solo per il reato di stalking, in presenza di reati connessi all’uso, effettivo o tentato, di violenza fisica in situazioni caratterizzate da violenza domestica, anche in assenza di querela da parte della vittima. Anche la Regione Siciliana si è dotata di una normativa dedicata al contrasto della violenza di genere: le Linee guida Regionali per la rete dei servizi di prevenzione e contrasto alla violenza e la legge Regionale 3 gennaio 2012, n. 3“ Norme per la prevenzione e il contrasto della violenza di genere, il sostegno alle vittime, la promozione della libertà e dell’autodeterminazione delle donne”. Oltre ad identificare quelli che sono i servizi deputati all’erogazione degli interventi in supporto delle vittime di violenza, dettano anche gli indirizzi relativi alle modalità di lavoro utili per il contrasto della violenza di genere: la normativa cita esplicitamente la promozione di “iniziative per prevenire e contrastare la violenza contro le donne, anche mediante interventi coordinati fra istituzioni e soggetti del terzo settore presenti sul territorio”, riconoscendo il valore del lavoro di rete quale garanzia di una presa in carico globale ed efficace delle donne vittime di violenza.



Stereotipi e luoghi comuni
Ancora oggi la nostra cultura è pervasa da stereotipi e luoghi comuni legati al concetto di violenza contro le donne che impediscono il riconoscimento e l’emersione del fenomeno. Riconoscere e sfatare questi stereotipi è il primo passo per fornire un supporto efficace e qualificato alle donne che si trovano a rivolgersi presso le istituzioni.



 
Comunemente si crede che…   In realtà…
Gli uomini violenti sono tossicodipendenti, alcooldipendenti o persone con problemi psichiatrici Solo il 10% delle persone che agiscono con violenza ha problemi psichiatrici. Inoltre la maggioranza degli uomini violenti non è né tossicodipendente, né alcolista
Gli uomini violenti sono per lo più stranieri In realtà gli episodi di violenza accadono in tutte le culture.
Credere che il maltrattamento sia connesso a manifestazioni di patologia mentale (o che appartenga esclusivamente a culture diverse dalla nostra come nel primo esempio) ci aiuta a mantenerlo lontano dalla nostra vita, a pensare che sia un problema solo degli altri.
Le donne sono più a rischio di violenza da parte di uomini a loro estranei I luoghi più pericolosi per le donne sono la casa e gli ambienti familiari, gli aggressori più probabili sono proprio i loro partner, ex partner o altri uomini conosciuti: amici, familiari, colleghi, insegnanti, vicini di casa.
La violenza verso le donne riguarda solo le fasce sociali svantaggiate, emarginate, deprivate La violenza contro le donne è un fenomeno trasversale che riguarda tutte le classi e i ceti sociali
Alle donne “piace” essere picchiate, altrimenti lascerebbero il partner violento In realtà sono molti i fattori che rendono difficile per le donne interrompere la situazione di violenza: la paura, la dipendenza economica, l’isolamento, la mancanza di alloggio, la riprovazione sociale, spesso da parte della stessa famiglia di origine, la difficoltà ad immaginare una via d’uscita
La donna viene picchiata perché se lo merita, o se subisce violenze sessuali probabilmente è in parte responsabile, perché era vestita in maniera provocante Nessun comportamento messo in atto dalle donne giustifica la violenza da loro subita, ed inoltre gli episodi di violenza iniziano abitualmente per futili motivi. L’aspetto fisico e l’abbigliamento della donna non hanno alcuna correlazione con la violenza e in ogni caso non la giustificano.
La violenza verso le donne è un fenomeno poco diffuso La violenza contro le donne è un fenomeno esteso, anche se sommerso e per questo sottostimato. Ci sono molte donne che hanno alle spalle storie di maltrattamenti ripetuti nel corso della loro vita: a causa delle dimensioni del fenomeno (1 donna su 3 in Italia è stata vittima di violenze almeno una volta nella vita).
 
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