ATTORI E SPETTATORI

Certamente uno dei momenti più alti della sua storia il teatro lo raggiunge in epoca primitiva, quando tutta la comunità è riunita al centro del villaggio per celebrare un evento importante.

Tutti vi partecipano attivamente, non esiste la divisione fra spettatori e attori, ognuno è al tempo stesso attore e spettatore.

Protagonista non è l'individuo, ma la comunità in cui ognuno si riconosce. Durante quegli eventi teatrali la capacità di comunicare fra i partecipanti deve essere stata enorme.

In un secondo tempo uno spazio centrale venne riservato ai protagonisti del mito, gli altri partecipanti in cerchio battevano il ritmo e incoraggiavano con la voce trasformandosi in coro.

Il giorno in cui per facilitare la visione dello spettacolo si pensò di erigere un palco per mettere in evidenza il gruppo di attori, avvenne la definitiva divisione fra attori e pubblico. Questa divisione implicava già una società articolata in classi, con specializzazioni nelle diverse attività economiche, di guerra, amministrative.

I Greci iniziarono a erigere edifici in grado di contenere la comunità di attori e spettatori, ma le due entità erano destinate a divergere sempre più nel corso dei secoli. Dopo le grandi stagioni del teatro medievale con spettacoli in piazza con larga partecipazione di popolo e del teatro elisabettiano che riservava una zona di palco ai nobili, i primi posti ai borghesi e le ultime panche al popolo, il teatro divenne sempre più aristocratico.

Nacque l'uso di costruire edifici chiusi, il palcoscenico si arricchì di complessi macchinari scenotecnici, una cornice barocca chiamata boccascena servì a inquadrarlo. Infine un sontuoso sipario di velluto rosso calò dall'alto separando il mondo reale della platea da un artificioso mondo di sogni.

Il teatro borghese dell'Ottocento non ha rotto questo schema ha semplicemente tentato di sostituire alle favole e alle storie realistiche, brandelli di vita vera. Ma più il quadro si arricchiva di particolari veri, più l'insieme risultava falso. Il problema era un altro. La realtà non doveva irrompere nel palcoscenico sotto forma di mobili e vestiti, ma in modo critico, agitando problemi e idee.

Oggi il teatro ha rotto ogni schema e abbandonato ogni convenzione, è uscito dal suo guscio, ha invaso le strade e le piazze, è sceso nelle cantine, si è installato nelle fabbriche e nelle scuole, ha trovato ospitalità nelle tende dei circhi.

In breve, ha tentato di stabilire un nuovo contatto con la realtà.

Alcuni hanno sperato di ristabilire la primitiva comunione fra pubblico e spettatori celebrando riti di sapore arcaico, ma in una società complessa e disarticolata ciò si è rivelato solo utopia. Non è tempo di misticismi.

Il teatro deve essere critico, dibattere idee, deve tornare a parlare dei grandi problemi dell'esistenza.
 

Via Regina Elena, 36/A