Primo... Tempo

 

In Italia, il primo a coniare la parola "regista" fu tale Enrico Rocca, critico teatrale tra il 1920 e il 1930: improvvisamente e imprevedibilmente comparve il termine in una sua recensione, e da allora...

Ma la prima autorevole definizione del lavoro di regista la dobbiamo a Silvio D'Amico, che ebbe a dire a proposito della regia teatrale: «Essa consiste nel capire un testo, estrarne la sostanza teatrale e, dalle pagine del copione, tradurla in quella materia della scena; e, a tal fine, sapere intonare e manovrare  anzitutto  gli attori, poi le scene e i costumi e le luci e, infine, se occorre, i macchinari e le musiche e le danze...».

Come si può evincere da questa definizione, al regista non viene conferito il ruolo di artista, piuttosto quello di artigiano, di assemblatore di elementi, di raffinatissimo orologiaio in grado di far muovere con cronometrica precisione tutte le lancette dell'apparato.

Oggi, quasi ogni giorno, vediamo spuntare nuovi registi teatrali... ne spuntano come funghi (spesso con gli stessi effetti letali...). Dire che questo è il frutto di una preparazione, l'esito di una tradizione culturale, il risultato di una programmata ricerca ci sembrerebbe azzardato; spesso purtroppo è solo il tentativo  troppe volte velleitario  di cimentarsi in un mestiere ancora molto lontano dall'essere compreso in tutte le molteplici sfumature e implicazioni.

Il regista teatrale, oggi, se non può essere più demiurgo e signore unico della scena, deve essere invece coscienza critica dello spettacolo. Capace di leggere il testo in forma drammaturgica e di restituirlo in una forma artistica che lasci il segno.

Di padroneggiare come insieme unitario tutti i fattori del prodotto teatrale.

Come suo campo di azione, il regista ha lo spazio teatrale, che può diventare infinito, cui può dare profondità e che può precisare attraverso il gioco delle luci, delle ombre, delle immagini.

Come suono, ha la parola significante, incluse le sue varianti musicali, gestuali, mimiche.

Come interlocutore principe, ha l'attore, da guidare e da cui farsi guidare, e da conquistare giorno dopo giorno alla propria idea di spettacolo.

Come complici, ha l'inventiva degli scenografi, la fantasia dei costumisti, la perizia e l'abnegazione dei tecnici, qualche volta l'audacia dei produttori e sempre la sensibilità del pubblico.

Il regista oggi deve avere la sensibilità atta ad accogliere i mutamenti del reale, senza accodarvisi, ma interpretandone con analisi autonoma gli svolgimenti essenziali.

Un po' artista, un po' professionista, un po' artigiano, un po' psicologo, rassicurante e coinvolgente, dovrebbe tendere all'acquisizione di un proprio segno stilistico e di un proprio progetto artistico chiari e riconoscibili per il pubblico.

Si dice che non si può insegnare a scrivere.

Dirigere un'opera teatrale è in fondo molto simile al lavoro dello scrittore, se si esclude il fatto che la faccenda coinvolge un certo numero di persone. I vari mestieri tecnici si possono insegnare allo stesso modo in cui si possono insegnare i principi della grammatica o della retorica, ma come si fa ad insegnare qualcosa che per lo più è frutto di intuizioni estemporanee, sensibilità artistica, colpo d'occhio, insomma tutte cose che appartengono al talento di una persona più che al suo grado di conoscenza?

Tutto ciò è certamente vero, e significa in sostanza una sola cosa: che indubbiamente la regia teatrale dovrebbe essere intrapresa soltanto dopo che si sono percepite dentro se stessi caratteristiche atte a questa pratica.

A quel punto, solo a quel punto, si può e si deve procedere all'acquisizione di una serie di tecniche, che costituiscono la cosiddetta grammatica teatrale. Come a dire che il talento è condizione necessaria ma non sufficiente.

L'aver capito di essere in possesso di quelle capacità, unite alla volontà di esprimerle, rappre­senta soltanto l'inizio del proprio percorso professionale.

Non credo al sacro fuoco, alla vocazione, alla chiamata divina, credo piuttosto a un desiderio interiore che con il passar del tempo si trasforma in un'esigenza profonda, fino a divenire una necessità.

A quel punto può avvenire la scelta, una scelta che deve tener conto delle mille implicazioni che essa comporta, comprese le innumerevoli responsabilità non solo verso gli altri ma anche verso se stessi, perché il mestiere di regista non ti abbandona mai, ogni cosa che ti capiterà di vivere  dai fatti più banali e consueti agli episodi più sorprendenti o sconcertanti  verrà sempre vissuta come fosse possibile materiale per una messa in scena.

Dice Dino Risi: «Come faccio a spiegare a mia moglie che quando mi affaccio alla finestra per vedere il panorama in realtà io sto lavorando...?».

Diventare un regista significa modificare per sempre il proprio punto di vista sul mondo esterno; per questo è una scelta che va fatta con grande senso di responsabilità soprattutto verso se stessi.

Via Regina Elena, 36/A