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Quella
mattina, svegliandosi, Alfonsina capì
che era arrivato il suo tempo.
Dall'ampia finestra della sua casa,
situata sul punto più alto della Città,
poteva vedere il mare, il cielo e i
tetti delle case.
Era
una bella giornata.
E
coincideva con il giorno del suo
compleanno.
26
Settembre 2161. Era nata centodieci anni
prima.
Occorreva alzarsi, c'erano tante cose da
fare prima di intraprendere il viaggio
verso il mare.
Le
sue figlie sarebbero accorse e insieme
alle nuore, nipoti e pronipoti
l'avrebbero lavata, profumata e vestita
con i suoi abiti più belli.
Nel
frattempo, con il passaparola da balcone
a balcone, gli abitanti della Città
sarebbero stati avvertiti.
Si
sarebbero agghindati pure loro e
avrebbero cominciato a preparare le
delizie da consumare durante il viaggio.
Buon
pane fresco, insalate, melanzane e
peperoni, arancini e torte rustiche,
latte di mandorla e di capra,
marmellate di fichi, arance, more e
prugne, frutta candita, marzapane,
cannoli, sfince e i deliziosi biscotti
al pistacchio di cui lei era ghiotta.
Dalle campagne sarebbero arrivati i
contadini con i carretti trainati dai
muli bardati
con
pennacchi e nastri.
Si
sarebbero ritrovati tutti in Cattedrale
per la Grande Preghiera.
E al
suono delle campane, che da una Chiesa
all'altra si sarebbero passate il
testimone, l'avrebbero accompagnata
verso la bianca Scogliera del Turchi.
Avrebbe preteso di fare il percorso più
lungo: via Duomo, via De Castro, via
Patricolo, piano Sant'Antonio, piano
Barone, via Orfane, piazza Municipio,
via Atenea, e poi giù verso la valle dei
templi.
Alla
Kolimbetra si sarebbero fermati per il
pranzo, e poi di nuovo in cammino verso
il tempio di Vulcano.
Alfonsina immaginava le strade i vicoli
e i cortili che tra poco avrebbe
percorso per l'ultima volta.
Com'era bella la sua Città abbarbicata
sul colle.
Non
un balcone senza un fiore.
Non
un portone senza un lume.
Non
un cortile senza un gelsomino, un
geranio o un garofano pomposo.
Non
un muro senza un rampicante o un
affresco.
E
non un ciottolo della strada sporco e
opaco.
Erano stati proprio bravi i loro
antenati a decidere di restare il Giorno
della Grande Scelta.
La
Civiltà dei Ponti aveva unito tutte le
terre emerse sacrificando, con il
consenso delle popolazioni locali a cui
si promettevano ricchezze e benessere
eterno, intere isole e coste.
Ultimo da costruire il Ponte che avrebbe
unito l'Europa all'Africa.
Agli
abitanti dell'isola era stato chiesto di
rinunciare alla loro terra in cambio di
Impresa e felicità.
Il
Presidente e i suoi Onorevoli al motto "
Siciliani ricchi nel mondo e orgogliosi
di esserlo" avevano convinto tutti.
Quasi tutti.
Nella loro Città c'erano stati un
centinaio di resistenti che il giorno
della Grande Scelta avevano detto no
decidendo di restare.
Ed
erano rimasti.
I
primi anni erano stati durissimi ma
erano andati avanti coltivando l'utopia
di una Città del Sole
nella
quale sanare le incongruenze e le
ingiustizie della società reale nella
quale avevano vissuto sino ad allora.
Avevano deciso subito di trasferirsi
nell'antico centro storico della Città e
di mettere tutto in comune: beni,
esperienze, capacità, ingegno, fantasia.
Ognuno aveva lavorato mettendo a
disposizione degli altri il frutto del
suo lavoro.
Erano riusciti a produrre energia dal
sole, medicine dalle erbe, acqua
potabile ripristinando gli antichi
ipogei. Avevano seminato ed arato i
campi, allevato il bestiame, tessuto la
lana e il cotone.
E
avevano coltivato le arti e le lettere.
E la musica.
E i
saperi degli uni si erano confusi con i
saperi degli altri.
E
via via venivano tramandati alle nuove
generazioni.
Avevano affidato il governo della Città
ai più saggi.
Erano stati proprio bravi i loro
antenati, erano riusciti a proiettarsi
nel futuro senza dimenticare il passato,
le radici.
Avevano conservato le loro tradizioni,
le loro feste e si erano aperti alle
tradizioni e alle feste degli stranieri
che erano rimasti con loro. Avevano
scoperto che in fondo pregavano lo
stesso Dio.
Lo
stesso Dio buono e paterno.
Della Civiltà dei Ponti non avevano
saputo più nulla.
L'ultimo transfuga era giunto più di
cinquant'anni prima raccontando la
storia di una strana epidemia che stava
rendendo tutti ciechi, infelici e
crudeli.
Loro, invece erano proprio felici.
Certo non mancavano il dolore, il
dubbio, la morte ma fanno anch'essi
parte della sostanza di ogni uomo e di
ogni donna.
Alfonsina ritornò al viaggio che
l'aspettava.
Sarebbero arrivati alla Scogliera dei
turchi sul far della sera.
L'avrebbero sistemata nella nicchia più
alta della rupe a strapiombo sul mare.
L'avrebbero coperta, nutrita e
accarezzata.
Le
avrebbero raccontato la storia della sua
vita danzando e cantando per lei.
Era
il loro rito della morte che apparteneva
a tutti come ogni nuova vita.
Alfonsina sapeva che avrebbe chiuso gli
occhi guardando il cielo, il mare, il
volo di un gabbiano solitario.
Forse sarebbe stato tra un paio di
notti.
Davanti ad una luna bianca, immensa e
placida.
Avrebbero bruciato il suo corpo e
sarebbe diventava mare, cielo, sabbia,
eterna
oltre il tempo e lo spazio.
Lia Rocco
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