Il Bullismo

 

Ormai il termine “Bullismo” rispetto a qualche anno fa è diventato familiare per la maggior parte delle persone, soprattutto grazie ai media che sempre più spesso riportano le notizie sulla violenza, tante volte disumana, all’interno della scuola che, nei casi più gravi, può arrivare alla morte. Ricordiamo l’emblematico caso del massacro della Columbine High School avvenuto il 20 aprile 1999 negli Stati Uniti, che coinvolse alunni ed insegnanti di una scuola superiore del distretto amministrativo di Columbine, non lontano da Denver (Colorado): due studenti della Columbine High School, Eric Harris e Dylan Klebold, si introdussero nell’edificio armati ed aprirono il fuoco su numerosi compagni di scuola ed insegnanti. Al termine della sparatoria rimasero uccisi 12 studenti ed un insegnante, mentre 24 furono i feriti, compresi 3 che erano riusciti a fuggire all’esterno dell’edificio. I due autori della strage morirono suicidi a loro volta, asserragliati all’interno della scuola dopo che la polizia era intervenuta a circondare la zona.

In Italia purtroppo questa realtà non è cosi lontana come il nuovo continente, nel 2009 si sono registrati 302 atti di bullismo, lo rende noto il Ministero dell'Istruzione, al quale sono arrivate segnalazioni da diverse Prefetture. Il Ministro dell'Istruzione. Mariastella Gelmini, per far fronte a questa emergenza, ha presentato due protocolli per evitare atti di bullismo, violenza sulle donne e sui minori. I protocolli sono stati programmati in collaborazione con i Ministri Carfagna e Maroni.

La Gelmini spiega che queste 302 segnalazioni sono solo una parte di questo dilagante fenomeno. Infatti, come sottolineato dallo stesso Ministro, "Ogni giorno, al numero verde antibullismo del Ministero arrivano 60 telefonate”.

Ma aldilà dei casi di cronaca che fanno pensare e riflettere la maggior parte dei cittadini, sopratutto quelli di generazioni passate che assicurano che i giovani di oggi non sono più quelli di una volta, credo sia importante in primo luogo definire il concetto di “bullismo” . La seconda domanda che la maggior parte delle persone si fa è relativa a cause e correlati ed ai loro effetti a breve e a lungo termine.

Secondo la Dott.ssa Anna Fonzi, Professore Emerito di Psicologia dello sviluppo all’Università di Firenze, il termine “bullismo” da un punto di vista scientifico ha un ampio consenso sulla seguente definizione: “Il bullismo è una sottocategoria del comportamento aggressivo, ma è un tipo di comportamento particolarmente cattivo, in quanto è diretto, spesso ripetutamente, verso una vittima particolare che è incapace di difendersi efficacemente, perché è più giovane, meno forte o psicologicamente meno sicura”.

Le ricerche condotte in diversi paesi concordano che esisterebbero delle variabili che hanno una stretta relazione con questo fenomeno, tra questi vi sono il temperamento del bambino, la mancanza di calore e di coinvolgimento da parte delle persone che di egli si prendono cura in tenera età, l'eccessiva permissività e tolleranza nei confronti dell'aggressività manifestata verso i coetanei ed i fratelli, il modello genitoriale nel gestire il potere, una eccessiva severità e l’autoritarismo che a volte può portare all’uso eccessivo di punizioni fisiche. La vittima così risulta indebolita nella propria autostima dagli atteggiamenti iperprotettivi dei genitori e da un nucleo familiare troppo coeso. Queste non sono sicuramente le uniche cause del fenomeno, anzi, si può dire che esso è inserito in un reticolo di fattori concatenati tra loro. È, comunque, certo che gli stili educativi rappresentano un fattore cruciale per lo sviluppo o meno delle condotte inadeguate. A livello sociale si è visto come anche i fattori di gruppo favoriscano questi episodi. All'interno del gruppo c'è un indebolimento del controllo e dell'inibizione delle condotte negative e si sviluppa una riduzione della responsabilità individuale, nella classe per esempio esistono molti meccanismi socio-psicologici che possono operare che si risolvono nella vessazione di vittime anche da parte di compagni che non sono particolarmente aggressivi, questi fattori fanno sì che in presenza di ragazzi aggressivi anche coloro che generalmente non lo sono lo possano diventare. In certe circostanze sottolinea Fonzi, 2004, l’atmosfera della classe è tale che si verificano alcuni meccanismi perversi, quali: contagio sociale, indebolimento del controllo o delle inibizioni nei confronti delle tendenze aggressive, diffusione di responsabilità, graduali cambiamenti cognitivi nella percezione della vittima che appare sempre più meritevole di vessazioni ( “se la va a cercare”). Ciò spiegherebbe perché a volte, nella stessa scuola, in alcune classi il bullismo sia assente mentre in altre raggiunga livelli elevati, chiamando in causa nel secondo caso la responsabilità degli adulti preposti alla conduzione di una classe o di un plesso scolastico.

La personalità del bullo e della vittima

 La maggior parte degli studi sul fenomeno del “Bullying” forse si è concentrato sulla personalità del bullo e la vittima, per il primo tra le caratteristiche più frequenti sono state identificate: aggressività generalizzata, impulsività, irrequietezza, scarsa empatia e atteggiamento positivo verso la violenza. Le vittime, per contro, sono persone che presentano ansia, insicurezza e scarsa autostima. Un fenomeno interessante riscontrato degli ricercatori è che nella autopercezione di benessere/ malessere, bulli e vittime si differenziano dai compagni per evidenti connotazioni mal adattive, che nei bulli si concretizzano in disturbi della condotta e nelle vittime in sentimenti di ansia e di depressione.

I bulli si differenziano fortemente rispetto alle vittima ed altri ragazzi è quello del disimpegno morale, in particolare per quanto riguarda il meccanismo della deumanizzazione. Proprio quel meccanismo che permette loro d’inferire sulle vittime senza provare sensi di colpa, trovando anzi motivi validi per tiranneggiarle (se lo merita, non vale nulla…).

Dunque, bulli e vittime sembrano entrambi accomunati da una sorta di analfabetismo emotivo e socio cognitivo, sono entrambi socialmente sgrammaticati, pur muovendosi pero su traiettorie che non s’incontrano mai.

Effetti a lungo termine

Aldilà della diffusione di questo fenomeno, sempre più frequente, sempre più grave, la cosa che più allarma i ricercatori e la sua persistenza nel tempo. Bulli e vittime restano spesso imprigionati nei loro ruoli, ripetendo un copione che tende ad auto perpetuarsi.

Il bullo continua a comportarsi come tale sopraffacendo gli altri, ma non solo perché continua a essere portatore di quelle caratteristiche di aggressività, impulsività, scarsa empatia che sono state alla base del suo comportamento ma perché la reputazione che lo circonda fa si che non possa fare a meno di comportarsi come gli altri si aspettano da lui. Altrettanto per le vittime abitudinarie che continuano a reagire in modo inadeguato o aggressivamente o mettendo in atto meccanismi di difesa per evitare un’esperienza, come quella scolastica, fonte di frustrazione (abbandono della scuola).

Sono provate ormai le connessioni tra presenza di bullismo in età scolare e disadattamento in età successive. Mentre il bullo persistente può diventare un adolescente asociale, la vittima può tendere al’abbandono scolastico, alla depressione e, in casi estremi, al suicidio.

La prevenzione e l’educazione socio-affettiva

La scuola, considerata l'importante funzione educativa e di socializzazione che riveste, in particolare nella costruzione dell'autostima e nello sperimentare e acquisire abilità sociali, diventa il luogo privilegiato per interventi a carattere preventivo e di promozione del benessere. Non tutti gli episodi di bullismo avvengono nella scuola, ma è certamente questo l'ambiente dove più facilmente si possono contrastare e prevenire. Spesso, erroneamente, queste dinamiche relazionali tra i ragazzi a scuola non sono prese molto in considerazione. Le sfide più grandi per gli adolescenti non sono tanto le interrogazioni e gli esami, ma i processi di inserimento nel gruppo. Tutti gli adulti di riferimento di bambini e ragazzi hanno comunque la responsabilità di attivarsi, ognuno nel proprio ruolo e compito educativo. Ma si deve tener in considerazione che non è soltanto la scuola responsabile dello sviluppo emotivo dei bambini e forse se si vuole tentare di neutralizzare al massimo i fattori di rischio, o almeno controbilanciarli con la messa in atto di fattori di protezione, bisogna intervenire il più precocemente possibile, quando i giochi non sono ancora esauriti e quando la reputazione di aggressore e di vittima non si è ancora consolidata.

 

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