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Giovanni Verga compie una vera e propria
rivoluzione stilistica: egli rinuncia alla
prospettiva onnisciente dell’autore (ovvero alla
‘supervisione’ generale di un autore che tutto
sa e tutto muove), per calarsi intimamente nella
vita e nel mondo dei protagonisti dei quali ci
rende fratelli, immettendoci direttamente nelle
storie delle quali narra, e rendendoci partecipi
altresì del linguaggio, degli ambienti, delle
esperienze di vita di coloro che impariamo a
conoscere non più attraverso le parole dello
scrittore, ma attraverso gli stessi occhi e la
stessa voce dell’eroe di turno.
Questo principio dell’impersonalità è fortemente
rilevante in una delle prime bellissime opere
verghiane, Storia di una capinera (1871),
la cui protagonista, Maria, ci racconta la sua
vita attraverso delle lettere inviate alla sua
unica e sola amica, Marianna.
Già nel titolo leggiamo una splendida metafora:
Maria è paragonata ad una capinera, un piccolo e
triste uccellino chiuso in gabbia, incapace di
canticchiare allegro come gli altri suoi
compagni, poiché su lui pesa la più grande delle
assenze: la libertà. Come la capinera è
costretta a vivere fra le grate argentee, così a
Maria “non restano che fantasmi che si parlano
attraverso le gelosie-…-come viventi che si
affacciano alla tomba per vedere cadaveri che
parlano e si muovono” (Storia di una
capeniera, G. Verga, ed. Antares Editrice,
p. 88): chiusa fra le sbarre di un chiostro,
Maria è stata costretta infatti alla monacazione
affinché il patrimonio paterno non venga
intaccato dalla presenza di quest’ennesima
figlia femmina, destinata dunque non ai fasti
delle feste e alle gioie maritali, ma al cupo
velo del convento.
La tematica della roba e del denaro, che
troveranno massima espressione nelle opere
successive, è quindi in nuce già in
questo primo lavoro giovanile di Verga,
capolavoro intimo della sublimazione di Maria,
vittima di una matrigna senza scrupoli e di un
destino ingrato che, se la vede ‘protetta’ dalle
mura del chiostro fino a quando non conosce
altro, la rende vittima quando, uscita dal
convento per una visita in famiglia, scopre
l’amore ed il dolore per questo sentimento,
vietato e negato, che la renderà quasi folle e
la condurrà alla morte.
Con un linguaggio che vuole essere fiorentino
puro ma non manca di qualche influsso del
dialetto siciliano, Verga ci immette nel mondo
della piccola Maria, costretta ad una vita senza
amore, inchiodata ad una esistenza che anela “se
non la pace, almeno la calma del cuore” (Ibid.,
p. 87), un cuore sconquassato dalla folgorante
presenza di Nino, che per ironia della sorte
sposerà la sorella di Maria.
Straziante e commovente, la piccola capinera
chiuderà le ali su sé stessa e, sottomessa alla
volontà di chi di lei non conosce l’animo,
spiccherà il volo, l’unico; l’ultimo. Creduta
pazza, la rinchiudono infatti in una cella
sotterranea del convento, la stessa dove suor
Agata, la cui sorte sembra ricalcare quella di
Maria, vegeta ormai da anni. Di fronte alla
verità del suo stato, Maria rinuncia alla vita e
smette di lottare: nel silenzio e con il sorriso
terminerà i suoi giorni, nel costante ricordo di
un amore che, adesso, fra le nuvole celesti,
diverrà divino e non le strazierà più il cuore.
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