Centomila volti, un solo io?

 

 

 

Per cominciare, oggi, vorrei inaugurare questa rubrica con il mio preferito, Luigi…Eh si, perché dire così, di botto, Pirandello, avrebbe fatto fuggire il già esiguo numero di voi dai vostri pc, ed io non avrei avuto più speranze. Quindi, invece di parlarvi di Verga, Consolo e Quasimodo, vi racconterò di ciò che i miei amici scrittori hanno saputo trasmettermi…Stare qui a spiegarvi chi era Luigi Pirandello, dov’è nato e cosa ha scritto, facendo di tutto ciò un mero elenco di dati, mi sembra superfluo: se ci si propina volontariamente una rubrica che parla di letteratura si deve convenire che, di fondo, si ha quell’amore che alla letteratura tende e, dunque,o si hanno già le conoscenze di base per affrontare una lettura critica dell’autore, o si è già compreso che, nel leggere, non è poi così importante sapere il giorno esatto della nascita di uno scrittore, quanto saperne cogliere l’essenza attraverso le sue parole.

Luigi ha lavorato instancabilmente, come scrittore e come regista, trasponendo nella sua arte la sua vita, e facendo delle due un tutt’uno…Brillanti le sue commedie, ingegnosi i testi; noiosi, senza la giusta chiave per comprenderli. Egli, mi permetto di asserire, fu un grande filosofo, e costantemente mi accorgo di quanto veritiero fosse il suo pensiero: emblematico è il bellissimo Il fu Mattia Pascal (1904), ma altrettanto lo sono Uno, nessuno e centomila (1925) e Sei personaggi in cerca di autore(1921)- tanto per citare qualcuno dei suoi scritti e fare bella figura…

Proviamo a riassumerle brevemente: ne Il fu Mattia Pascal, Mattia, stanco della vita familiare frustrante, approfitta dell’occasione del ritrovamento di un corpo identificato come suo per fuggire della sua realtà e divenire un altro. Egli cambia quindi nome, divenendo Adriano Meis, muta città, vita e persino aspetto fisico, con un’operazione chirurgica che rimetterà in sesto un occhio fuori orbita. Eppure non riesce a trovare pace:

“Toccandomi la faccia e scoprendola sbarbata, passandomi una mano su quei capelli lunghi o rassettandomi gli occhiali sul naso, provavo una strana impressione: mi pareva quasi di non esser più io, di  non toccare me stesso. Siamo giusti, io mi ero conciato a quel modo per gli altri, non per me. Dovevo ora stare con me, così mascherato? E se tutto ciò che avevo finto e immaginato per Adriano Meis non doveva servire per gli altri, per chi doveva servire? Per me? Ma io, se mai, potevo crederci solo a patto che ci credessero gli altri”

Innamoratosi di Adriana, però, dovrà rinunciare all’amore poiché, non avendo una vera identità, non può coronare il suo sogno di sposarla. Decide così di inscenare il suicidio di Adriano e tornare a casa, sperando di poter riacquistare la sua vecchia identità, l’unica che, seppur nella sua misera condizione, gli avrebbe permesso di vivere fino in fondo i suoi sentimenti:

“[…] quell’Adriano Meis dovevo uccidere, che essendo, com’era, un nome falso, avrebbe dovuto aver pure di stoppa il cervello, di cartapesta il cuore, di gomma le vene, nelle quali un po’ d’acqua tinta avrebbe dovuto scorrere, invece di sangue: allora si! Via, dunque, giù, giù, tristo fantoccio odioso! Annegato là, come Mattia Pascal! Una volta per uno!”

Ma tornato a casa si rende subito conto che ormai egli non è altro che un ‘fu’, un ricordo nella mente di chi, dopo la sua fittizia scomparsa, era andato avanti con la sua vita dimenticando il povero Mattia, inevitabilmente intrappolato, ormai, fra l’essere stato ed il non essere:

“[…] ogni tanto mi reco a vedermi morto e sepolto là. Qualche curioso mi segue da lontano; poi, al ritorno, s’accompagna con me, sorride e- considerando la mia condizione- mi domanda: -Ma voi, insomma, si può sapere che siete?- Mi stringo nelle spalle, socchiudo gli occhi e gli rispondo:-Eh, caro mio…Io sono il fu Mattia Pascal”

Protagonista di Uno nessuno e centomila è Vitangelo Moscarda, figlio di un banchiere usuraio, definito quindi come ‘uno’ in relazione al giudizio che gli altri di lui hanno, relativo proprio ed esclusivamente all’essere figlio di suo padre, e che riesce, alla morte di quest’ultimo, a dimostrarsi dai centomila volti. Ufficialmente Vitangelo dovrebbe perpetuare le scelte paterne tanto che, per seguirne le orme, decide di cacciare da una casa concessa in usufrutto il povero Marco di Dio e la sua famiglia…Ma il senso di colpa si annida in lui:

“Quanto cercai [gli incartamenti della casa di Marco di Dio]? Non so. So che quella rabbia di nuovo cedette a un certo punto, e che una più disperata stanchezza mi vinse, ritrovandomi seduto sulla seggiola davanti a quel tavolino, tutto ormai ingombro di carte ammonticchiate, e con un’altra pila di carte io stesso qua sulle ginocchia, che mi schiacciava. Vi abbandonai la testa e desiderai, desiderai proprio di morire, se questa disperazione era entrata in me di non poter più lasciare di condurre a fine quell’impresa inaudita”

  Cambia così totalmente le sue intenzioni e via via dilapida l’eredità paterna, rendendo persino la casa al Di Dio, come dono. Ma quella che viene giudicata follia è solo una profonda riflessione su una vita indegna: Vitangelo intimamente tenta, con ogni mezzo, di scrollarsi di dosso l’etichetta che dal padre gli deriva. In questo appassionato tentativo, finirà persino per essere colpito da un’arma da fuoco, ma scagionerà la colpevole e, alla fine di una buffa tragi-commedia, otterrà il suo scopo: quello di trasformarsi in ‘nessuno’, divenendo uno qualunque di quei mendicanti che, soli al mondo e senza possedimenti, possono vivere senza pensieri; e senza identità:

“Non è altro che un’epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi h a concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo” 

Sei personaggi in cerca di autore inaugura la trilogia di opere definite di ‘teatro nel teatro’ (Ciascuno a modo suo, Questa sera si recita a soggetto); porta in scena sei personaggi i quali hanno perso le fila della loro esistenza poiché l’autore che di loro ha raccontato non è riuscito a dare un senso alle loro vite: ciascuno ha la sua verità, la sua storia, ma tutti mancano di quel significato tale da renderli reali, in una mescolanza tra passato e presente che sfuma i contorni di personalità mai definite:

La figliastra (facendosi avanti al capocomico, sorridente, lusingatrice): creda che siamo veramente sei personaggi, signore, interessantissimi! Quantunque, sperduti.

Il Padre (scartandola): Si, sperduti, va bene! (Al capocomico subito) Nel senso, veda, che l’autore che ci creò, vivi, non volle poi, o non poté materialmente, metterci al mondo dell’arte. E fu un vero delitto, signore, perché chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può ridersi anche della morte. Non muore più! Morrà l’uomo, lo scrittore, strumento della creazione; la creatura non muore più! E per vivere eterna non ha neanche bisogno di straordinarie doti o di compiere prodigi. Chi era Sancho Panza? Chi era Don Abbondio? Eppure vivono eterni, perché- vivi germi- ebbero la ventura di trovare una matrice feconda, una fantasia che li seppe nutrire, far vivere per l’eternità”

L’uomo si fa quindi maschera viva, attore incapace di gestire un ruolo per il quale non trova una logica, un copione. Attore degno e vivace, perde l’essenza di se stesso sul grande e terribile palcoscenico della vita.  

In tutte queste opere Pirandello esplica una verità strabiliante nella sua semplicità: ciascuno di noi ha letteralmente più volti, plurimi atteggiamenti e diversi comportamenti in relazione alla situazione o al contesto nel quale si trova a recitare. Eh si, recitare, perché spesso la nostra vita è una commedia- o una tragedia, a seconda dei casi- che inevitabilmente ci porta ad assumere diversi ruoli, centomila ruoli, seppur siamo sempre noi, una sola persona, che nessuno veramente conosce: il nostro Luigi, nei suoi testi, sembra quasi sottendere una schizofrenia non dichiarata in ogni singolo individuo. Pirandello, infatti, nei suoi testi, in maniera più o meno esplicita, narra sempre di vere e proprie trasposizioni dell’io, di mutamenti sostanziali o minimi che, comunque, finiscono con il creare situazioni comiche o irriverenti. O tragiche. Egli analizza le singole sfaccettature della psiche umana, senza canonizzare il giudizio con un metro stabile. Riesce ad andare al di là dell’apparenza, frugando nell’intimo di ciascuno di noi; perché tutti, in fondo, siamo uno nessuno e centomila…

Ancora non mi credete?

Pensate a tutte le volte in cui un’amica vi ha detto, convinta “Tu hai davvero un carattere forte” e voi, distrutti per una discussione, con un nodo in gola, non avreste voluto altro che urlare. Pensate a tutte le volte in cui, vostra madre, vi ha rimproverato amorevolmente, ha tirato fuori il fazzolettino per pulire una sbavatura sulla camicia, vi ha preparato il vostro piatto preferito per farvi piacere. Ricordate quanti complimenti avete ricevuto dalla vostra metà, proprio quella sera in cui avreste preso a pugni uno specchio crudele che, ridendo di voi, vi rimandava l’immagine di un mostro? Siete rocce per gli amici, che vi giudicano forti; siete figli da proteggere, per le madri, anche a ottant’anni; siete belli per chi vi ama, perché l’amore copre gli occhi con due grosse fette di prosciutto-grazie al Cielo!

E poi riflettete ancora, già che ci siete: pur se dovete dire la medesima cosa, utilizzate toni e modi diversi con un amico, piuttosto che con un dottore o con un contadino. Siete sempre voi stessi, ma le situazioni vi portano a recitare ruoli diversi. Attori delle nostre vite, viviamo inconsapevoli delle nostre recite, e così ci mostreremo mutevoli nei nostri gesti e nelle parole: ossequiosi con il dottore, elementari con un contadino,  noi stessi con l’amico.

Noi stessi? Davvero?

E quante volte avete finto di non soffrire per nascondere, almeno in parte, all’amico la vostra debolezza- per timore di deluderlo- quante avete nascosto la lacrima, a fine film, per non farvi prendere in giro dal vostro partner-avete una certa immagine!- e quante volte vi siete stupiti per le lacrime di quella persona tutta d’un pezzo?

Buon caro vecchio Pirandello! Dovreste pensare a lui ogniqualvolta qualcuno vi soppesa, vi ammira; tutte le volte in cui qualcuno vi giudica.

Tutte le volte in cui giudicate.

            Pirandello ha compreso e rappresentato, con la sua melodia di sillabe, la capacità istrionica dell’uomo di gestire una personalità variegata e mutevole, che ci porta ad essere diversi per ciascuna delle persone che abbiamo di fronte, ma che ci astrae persino da noi stessi, talvolta.     

E, tanto per farvi capire che Pirandello l’ho letto sul serio, e non ho scopiazzato dai libri di scuola, avete mai sentito parlare della novella Il treno ha fischiato (1914)? Il protagonista, Belluca, vive una costante routine priva di emozioni e stravolgimenti, una frustrante vita da automa che lo porta, in una giornata identica alle altre, ad avere una reazione esasperata per il banalissimo fischio di un treno. Un  treno che non aveva mai sentito passare.

“-Niente- aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso d’impudenza e d’imbecillità sulle labbra-il treno, signor Cavaliere.

-Il treno? Che treno?

-Ha fischiato.

-Ma che diavolo dici?

-Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L’ho sentito fischiare…

-Il treno?

-Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia…Oppure oppure…Nelle foreste del Congo…Si fa in un attimo, signor Cavaliere!”

Preso dalle costanti preoccupazioni, oppresso dai soliti abitudinari gesti, egli letteralmente impazzisce perché, quel fischio lontano, sembra fargli tornare alla mente che vi è una vita, al di là di quella che si vive nella noia; al di là di quella che ci si costruisce. Vi è un oltre, al di sopra dei ruoli costruiti che ci incatenano ai vincoli che l’essere noi stessi rappresentano, fuori dai margini cui il nostro essere noi ci confina, oltre ogni giudizio:

“Quando andai a trovarlo all’ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per segno. Era, si, ancora esaltato un po’, ma naturalissimamente, per ciò che gli era accaduto. Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito-…-il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie”

Impariamo ad ascoltare il fischio del treno, a fare tesoro di ciò che va al di là di noi, del giudizio che abbiamo di noi stessi e che gli altri ci impongono con le loro etichette. Non più uno, nessuno e centomila, ma IO, con tutto ciò che di buono e non questo implica…Semplicemente. Sinceramente. Unicamente, io.

 

         

Via Regina Elena, 36/A