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Che cos’è una questione filosofica?
Qual è il possibile nesso esistente tra
filosofia e vita quotidiana?
Che rapporto c’è tra teoria e prassi?
A che cosa servono queste lunghe
discussioni (a volte giudicate inutili)
per la mia vita?
Forse sono state anche queste le domande
che mi hanno accompagnata nel corso dei
miei studi filosofici all’università e
che mi accompagnano sempre nel prosieguo
della mia vita, da docente, ma
soprattutto da donna.
Il mio tentativo di rispondere a tali
questioni ha visto un suo punto di
approdo nella mia tesi di laurea che
porta il titolo Ermeneutica e filosofia
pratica nel pensiero di Hans Georg
Gadamer, da cui voglio tirare le fila
per scrivere questa mia breve
riflessione.
Innanzitutto ci chiediamo: “Che cos’è la
filosofia?”
Dal greco φιλοσοφία, composto di φιλείν
(filèin), amare, e σοφία (sofìa),
sapienza, è amore per la sapienza, è una
tensione continua verso….
Verso che cosa?
Verso ciò che ci porta, all’infinito, ad
innalzare la nostra anima, il nostro
intelletto e quindi noi stessi, nella
nostra totalità, in una direzione che
mai trova un definitivo punto di
approdo, ma che tende sempre verso il
bene, la verità, il meglio
oggettivamente possibile.
Ma allora, di quale meglio stiamo
parlando?

Procedendo con ordine, attraverso il
pensiero di un famoso filosofo
dell’ermeneutica [scienza
dell’interpretazione], quale Hans Georg
Gadamer, proviamo ad interconnettere
quest’ultima con la filosofia che, per
avvicinarla al nostro intento di fondo,
definiamo “pratica”.
L’accostamento di ermeneutica e
filosofia pratica implica la messa in
questione del pensiero di Gadamer, teso
a “[…] mostrare che il modello
dell’interpretazione di testi è in
realtà il modello della nostra
esperienza del mondo in generale. In
questo senso l’ermeneutica ha una
funzione filosofica autentica,
universale” , lontana dal presentarsi
come semplice scienza ausiliaria di
altre scienze.
Il nesso tra ermeneutica e filosofia
pratica viene così a delinearsi sotto
l’accezione della rivalutazione del
compito ermeneutico come compito
filosofico che, in quanto tale, è
teoretico e pratico insieme, per una
congiunzione di universale e particolare
come cifra della comprensione del mondo
che sia, allo stesso tempo, momento
applicativo per la ragione sociale e per
la prassi umana, in cui la dimensione
della solidarietà è fondamento
determinante ed elemento verso cui volge
l’ermeneutica filosofica che: “[…] in
quanto filosofia, è filosofia pratica” .

Il nostro interesse è, dunque, mirato a
mettere in luce il senso
dell’accostamento gadameriano di
ermeneutica e filosofia pratica
proiettato verso la rivendicazione di
parametri quali la logica del dialogo,
l’etica della solidarietà, l’apertura
all’altro, alle sue esigenze, alle sue
caratteristiche costitutive, l’amicizia
verso se stessi e verso gli altri,
l’esigenza per l’uomo di stare in
comunità, il raggiungimento di verità
solo nel confronto dialettico con
l’altro, mirante al conseguimento di una
comunanza, di un punto d’intesa, la
coniugazione di universale e particolare
che si delinea in quella di teoria e
prassi, verso un’universalità che è
teoretica e pratica insieme.
Tra gli elementi più centrali del
pensiero gadameriano, attraverso i quali
viene delineandosi l’idea di una nuova
razionalità ermeneutico-filosofica
portatrice di ideali di solidarietà,
reciprocità e tolleranza, ricordiamo il
superamento dell’idea di ermeneutica
come tecnica dell’interpretazione, o
come semplice arte d’interpretare i
testi, la critica all’azione invasiva
della scienza come parametro costitutivo
dell’intera realtà, la valorizzazione
della storia col suo apparato fatto di
tradizioni e costumi.
Il pensiero gadameriano, partito dalla
sola interpretazione dei testi, giunge
alla rivendicazione dell’universalità
dell’ermeneutica; ed, ancora più
coinvolgente, secondo il nostro parere,
è seguire la svolta prettamente
etico-morale a cui va incontro tale
pensiero. In tal maniera l’ermeneutica
si trova ad esser chiamata ad un compito
che fa sì che essa finisca col
coincidere con l’intera filosofia, per
cui si passerà dall’ermeneutica
filosofica alla filosofia ermeneutica,
impegnata nel riuscire a rapportare, in
maniera opportuna e determinata,
universale e particolare, per la
realizzazione di un ideale di
solidarietà nel mondo, che, però, prima
di ogni altra cosa necessita di un
giusto atto interpretativo che possa
comprenderlo e scorgerlo in tutti i suoi
punti.

Il
carattere universale dell’ermeneutica
mette in chiaro l’avversione di Gadamer
verso la scienza moderna che,
pretendendo l’onnicomprensività, si è
posta come modello per qualsiasi forma
di conoscenza. In realtà, però, siffatto
modello di conoscenza non può essere
esteso a livello universale, come
mostrano esperienze extra-metodiche di
verità che non trovano nessuna
risoluzione nel solo procedimento
metodico-scientifico; esse piuttosto
sono esperienze di verità, in cui quest’ultima
è raggiungibile per via dell’incontro
che, in ciascun tipo di esperienza,
viene ad esserci tra gli elementi
coinvolti.
Risulta così necessario entrare in una
visione che contempli l’esperienza come
momento in cui i partecipanti ad essa
andranno incontro ad un decisivo
cambiamento, tanto da uscirne
modificati, per via del processo di
fusione e mediazione che si attua tra
loro.
Il procedimento interpretativo, come è
inteso da Gadamer, trova espressione nel
dialogo, in cui il linguaggio svolge un
ruolo primario, visto che esso
rappresenta l’orizzonte intrascendibile
della nostra esperienza del mondo, con
un comprendere che si presenta nel suo
carattere più propriamente linguistico.
Il linguaggio è, dunque, per Gadamer, il
luogo in cui collocare l’esperienza
ermeneutica e quindi quella del mondo in
generale, in cui tutto è da mettere in
gioco, in cui nulla vi è di prestabilito
se non i pregiudizi che vengono a
formarsi in ciascun individuo, in base
alla propria storia di appartenenza,
alla propria tradizione, all’influsso
che l’orizzonte in cui si è collocati
sin dall’inizio esercita su ciascuno di
noi. È innegabile, pertanto, il nostro
legame con la storicità, la finitezza
umana, che nega ogni possibile pretesa
di giungere in maniera asettica alla
conoscenza, in special modo se le
scienze in discussione sono quelle dello
spirito, anche se, pur tuttavia, le
stesse scienze della natura godono
dell’influsso dell’essenza umana, a
partire dal fatto che lo stesso
scienziato, prima di essere tale, è
sopra ogni cosa uomo.

L’ermeneutica gadameriana non detta
regole tecniche per la giusta
interpretazione, poiché, invece, il
comprendere implica il coinvolgimento
dell’intero essere dell’uomo, il quale
dovrà porsi in discussione poiché
consapevole che anche l’altro potrebbe
avere ragione e che pertanto bisogna
giungere ad un’intesa in cui si terrà
conto delle ragioni di ciascuno.
In tal modo, l’etica non si proporrà di
stilare norme e regole morali, bensì di
formare l’uomo che, sull’educazione
acquisita, sulle giuste azioni che è
andato via via compiendo e in base a un
certo diritto naturale, riuscirà ad
agire correttamente nella situazione in
cui si trova.
Come il momento applicativo è parte
costitutiva della filosofia pratica,
allo stesso modo per Gadamer lo è
nell’atto del comprendere; sia nell’uno
che nell’altro caso, ci si trova immersi
nella situazione in cui si è, proprio
nell’atto stesso in cui si compie
l’azione, sia essa un’azione morale o un
atto interpretativo.
La ripresa della filosofia pratica,
nella prospettiva gadameriana, da noi
presa in considerazione, ci pare possa
permetterci di riflettere sul metodo
ermeneutico e sulla sua differenza da
quello matematico-dimostrativo delle
scienze naturali, per la rivendicazione
di criteri di validità che fanno capo
alla concretezza della vita umana, e
quindi al complesso situazionale in cui
l’individuo si trova nel momento del
comprendere.

L’ermeneutica filosofica, così, a
partire dal momento di interpretazione
testuale, farà spazio all’escluso, al
particolare, alla diversità di ciascun
uomo che, per via della sua storicità,
si presenta sempre diverso dall’altro,
e, appunto per questo, merita il suo
spazio in cui avrà la possibilità di
farsi valere per quel che effettivamente
è.
Ciò che, in tal modo, vuole farsi
compito determinante per ciascun
individuo è quello di aprire le porte a
nuovi orizzonti, alle ragioni
dell’altro, alle caratteristiche proprie
dell’altro, a partire
dall’interpretazione del testo, in cui è
fondamentale la fusione tra le diverse
prospettive, sino a giungere al rapporto
reciproco con l’altro, verso cui non ci
si dovrà porre con atteggiamento di
chiusura, ma piuttosto cercando di
accrescere se stessi, per via di un
decisivo processo di integrazione e
fusione.
In un mondo tanto intrigante perché
vario, volto al raggiungimento del
meglio, lo scienziato non può
permettersi di omologare il tutto,
annullando le differenze, l’ermeneuta
non può pensare di possedere una sfilza
di regole tecniche da applicare
indistintamente in qualsiasi momento del
comprendere, né tanto meno l’etico può
pretendere di stilare una tavola dei
valori di cui poter tenere conto
ugualmente in ogni azione o lo Stato di
dettare leggi valide indiscriminatamente
per ciascun caso. Il principio
d’uguaglianza non si fonda
sull’annullamento delle differenze, non
è validità assoluta su tutti i fronti;
esso, paradossalmente, si compie nella
rivalutazione delle diversità che vanno
prese in considerazione proprio a
partire dalle loro peculiarità, e
l’equità ha inizio proprio a cominciare
da ciò.
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