ABSTRACT:

(a cura di: Angela Gueli)

 Dove si nasconde la salute

 

Dove si nasconde la salute, di H.G. Gadamer, vuol essere per il Filosofo ermeneuta uno spunto di riflessione circa quanto oggi sia accaduto con la scienza moderna e con la sua pretesa di universale e assoluta oggettività.

Il Filosofo, nel porre il rapporto scienza e prassi, dedica grande attenzione al tema del corpo e a quella tanto auspicata “arte della salute”.

La condizione del medico illustra più di qualsiasi altro esempio tale relazione, nella misura in cui, mentre ogni altra conoscenza capace di produrre qualcosa trova nel suo risultato una prova del suo sapere, il lavoro del medico è di un’ambiguità ineliminabile; basti pensare al fatto che nei casi singoli non si riesce mai a determinare con precisione se siano stati i provvedimenti del medico o sia stata la natura che si è aiutata da sé a far riacquistare la salute.

La medicina non opera su modelli generali, ma su singoli pazienti; pertanto qui la scienza deve lasciare spazio al carattere umanitario, l’esperto non può intervenire in quanto tale, ma solo lasciando passare innanzi ad ogni cosa l’essere “uomo” del paziente.

Oggi la figura dell’esperto ha invaso tutti i campi della nostra società; da lui, così come dallo scienziato, si richiede molto, ci si aspetta che siano loro a garantire sulle conseguenze del sapere, con un carico di grandi responsabilità che non sono di loro competenza.

L’esperto, definito da Gadamer, come colui che deve fare i conti, da un lato, con la scienza in cui deve essere competente, e, dall’altro, con la prassi politico-sociale, per via delle forti esigenze e pressioni provenienti dall’opinione pubblica, si trova ad esercitare un potere che in realtà non è a lui consono. Ed ecco che, allora, il nostro Filosofo pone in evidenza come la medicina clinica abbia fatto del medico un tecnico della patologia, che entra in contatto col paziente solo al momento del ricovero.

Tutto scade sul piano dell’astratto, del teoretico, senza alcuna attenzione per quanto di umano ci possa essere nella relazione tra medico e paziente. Col grande supporto dell’ermeneutica del dialogo, Gadamer in questo libro pone le basi per il ritorno ad un’ “arte della salute”, che ponga fine al primato metodico della malattia, e dia spazio ad un medico che sia il “guaritore ferito”, che condivide col paziente il dolore insito nella matrice umana, corporea e mortale. Per poter curare, il medico deve pensarsi nel suo aspetto di paziente, ponendosi in aperto dialogo con l’altro; in caso contrario non è possibile porre in guarigione il paziente, laddove si creerebbe un freddo bipolarismo: da un lato, il medico sano, dall’altro, il debole paziente malato.

Il libro di Gadamer, dunque, delinea una certa riflessione sulla medicina a partire dal luogo nascosto della salute, e non della malattia; a partire, quindi, dal concetto di “prassi medica”, e non da quello di scienza pura, astratta e passiva di fronte ad un malato.

Il Filosofo, nel delineare ciò e nel criticare l’atteggiamento del “medico guarito”, fa appello a quanto Platone ha detto circa la figura del medico, il quale non deve conoscere solo la natura del corpo del paziente, ma anche quella della sua anima.

I pazienti oggi sono resi dalla medicina totalmente passivi di fronte ad un sintomo: questo viene sempre e comunque eliminato con la semplice somministrazione di un farmaco. Per Gadamer, invece, è bene lasciare il sintomo che, parte della vita di un corpo, serve al medico e al paziente, per interpretare la salute e ricostituirne l’armonia. Alla base di tutto, pertanto, ci sta il dialogo tra i due, che è necessario, in termini ermeneutici, in qualsiasi atto interpretativo, in vista di una società che non sottoponga la vita umana al dominio scientifico e tecnologico, fatto di regole ed uniformità, ma che dia ampio respiro ad una vita “umana” carica di sentimenti e valori, che si risolva in una prospettiva ermeneutica in cui il comprendere sia il modo d’essere al mondo dell’uomo ed in cui quest’ultimo sia perennemente impegnato all’ascolto dell’altro, all’intesa.

Nel prosieguo del libro, Gadamer torna puntualmente sul concetto di “ermeneutica”, fulcro intorno a cui ruota l’intero suo pensiero. Egli, pertanto, scorge proprio nella dinamica di vita comunitaria, nell’ “[…] arte di potersi reciprocamente scambiare notizie e – nella – […] facoltà di ascoltare gli altri, […] il carattere universale di ogni ermeneutica che comprende e sorregge il nostro pensiero e la nostra ragione”.

L’ermeneutica, dunque, non è da relegare al solo compito di ausilio per le differenti scienze, poiché “[…] arriva a toccare le profondità della filosofia” che segue sempre la logica del dialogo, la struttura dialettica di domanda e risposta in cui si risolve qualsiasi forma di comprensione.

Lontano da qualsiasi oggettivismo e assolutizzazione dell’universale astratto, Gadamer vede la sua ermeneutica impegnata, tra le altre cose, a stabilire i termini del rapporto tra prassi e scienza, laddove negli specifici casi concreti serve a ben poco, per non dire completamente a nulla, l’applicazione asettica del sapere scientifico.

Il medico, pur dovendo applicare le proprie conoscenze, dovrà mettere in azione il proprio personale giudizio circa il singolo paziente, con il quale dovrà istaurare un rapporto basato sul dialogo; pertanto, Gadamer non parlerà più di “scienza medica”, bensì di “arte medica”, come capacità pratica atta al ripristino di ciò che è naturale.

La differenza che sussiste tra “medicina scientifica” e “vera e propria arte medica” si risolve nel divario esistente tra “sapere generale” e “applicazione concreta” di siffatto sapere ad un singolo caso; ed è significativo come Gadamer faccia corrispondere tale rapporto a quello, rispettivamente, tra  universale e particolare, ossia, come “[…] un tema originario della filosofia e del pensiero e anche un argomento specifico del – suo – […] lavoro filosofico che si qualifica come ermeneutica”.

Di fronte alla possibilità di acquisire, con lo studio, in maniera diretta e appropriata, una conoscenza generale sulle cose, la capacità della sua applicazione al caso concreto non può che essere acquisita in maniera del tutto graduale, tramite esperienza e capacità di giudizio, nel caso specifico, dell’arte medica. Il tutto si esplica solo ed esclusivamente in una prospettiva intersoggettiva di rapporto dell’uomo con l’altro uomo, che può essere reso possibile solo tramite il dialogo, che è segno di apertura, fusione, mediazione, interazione.

Quindi, il rapporto medico-paziente non può che svilupparsi in maniera positiva, conducendo ad un giusto intervento da parte del primo in quella forma di dialogo che coinvolge democraticamente entrambi, proprio allo stesso modo in cui avviene nella vita quotidiana, con quelle conversazioni in cui “[…] nessuno ha il sopravvento in quanto è il dialogo stesso a coinvolgerci tutti”.

Giudicare il problema medico della salute come ciò che va affidato al solo ambito tecnico-scientifico e ai suoi funzionari, significa snaturarlo, perdendo di vista il vero legame con la ricchezza di vita. Il rapporto medico-paziente deve presentarsi sotto un aspetto simmetrico, dove il primo non domini il secondo, ma anzi lo consigli e lo aiuti a superare il suo problema, risultando, così, a lui gradito.

Il testo di Gadamer, inoltre, induce a riflettere su come la standardizzazione e l’oggettivazione, ottenuta in seguito all’opera dilagante della scienza, abbia visto la formazione di una struttura sociale che attua forme di autoritarismo, di prevaricazione di chi occupa un certo ruolo rispetto a chi sta più in basso, contravvenendo al riconoscimento dell’altro nella sua diversità.

Nulla negando alla conoscenza scientifica di cui deve essere dotato il medico, è bene stabilire come questi non abbia come compito quello di produrre qualcosa; è “spaventoso” per Gadamer il fatto che “[…] oggi, entrando in una clinica, si perda il proprio nome per ricevere un numero”, quasi che non valga più quel che si è, nella propria individualità, personalità, diversità.

La perdita di individualità, di possibilità di manifestare il proprio punto di vista, di voler salvaguardate le proprie caratteristiche in quanto essere umano distinto dall’altro, è tutto frutto di quel processo a cui è andata incontro la nostra società, invasa dal potere della scienza che ha razionalizzato ed istituzionalizzato tutte le forme di organizzazione sociale. Di fronte ad una società altamente specializzata, in virtù della totale divisione del lavoro, l’uomo è inglobato in questa dinamica settoriale che gli impedisce sia l’esercizio autonomo del giudizio, sia la realizzazione di azioni ponderate in base alla personale valutazione.

Il medico, però, deve andare oltre l’oggetto specifico del suo sapere e della sua capacità pratica, nella misura in cui la medicina, contro la pretesa che vorrebbe ridurla ad applicazione della scienza alla prassi, può essere considerata come unità di conoscenza teoretica e sapere pratico.

Egli deve riuscire a conciliare la sua vita professionale con l’impegno umano che essa comporta, laddove il paziente ha bisogno di essere considerato in tutta la situazione complessiva della sua esistenza.

Gadamer, nel testo, auspica che nella relazione medico-paziente entrambi si rapportino in modo da imparare a riconoscere i propri errori, lasciando da parte qualsiasi intento di prevaricazione e superiorità sull’altro; il compito umano, consistente “[…] nel lasciare aperto l’avvenire e nello schiudere nuove prospettive”, potrà realizzarsi solo se ci si riesce a porre con un atteggiamento di totale apertura, tramite dialogo, intenzionati ad ascoltare l’altro, mettendo in dubbio le proprie convinzioni, verso il raggiungimento di un risultato che sia frutto di fusione dei rispettivi orizzonti. Non indifferente passa il profondo proponimento di Gadamer, che implica un trasmettere agli altri, e in modo particolare ai giovani, “[…] la gioia della corresponsabilità, del reciproco sostegno e dello stare insieme”, aspetti che scarseggiano in una società come la nostra e nella vita comune di molti.

All’equilibrio che l’uomo necessita di riacquistare di fronte alla propria salute corrisponde quello che lo stesso ha bisogno di raggiungere nell’ambito di un complesso sociale in cui deve farsi spazio per affermare il proprio essere, la propria individualità, la propria vita, fatta di rapporti reciproci comunitari, attraverso l’incontro con i valori umani, appartenenti alla propria ed alle altrui tradizioni e culture. La lotta contro l’oggettivismo scientifico per la rivendicazione del diritto di affermazione di se stessi nella propria diversità è la stessa sia in campo medico, in cui il corpo umano va incontro ad un processo di oggettivazione, che in campo ermeneutico, e in campo etico, contro l’assolutizzazione di norme morali; in tutto questo, è proprio la coscienza ermeneutica a riconoscere i confini e i limiti dell’oggettivabilità.

Di fronte ad una situazione di particolare tensione tra scientificità, nel senso pieno del termine, e prassi umana, compresa di valori, costumi, tradizioni, ossia, tra scienze della natura e scienze dello spirito, nonostante le forti obiezioni, Gadamer giunge a definire, tra le due parti, un terreno d’intesa nel misurare la scienza con il senso della misura, come “[…] solo e unico modo in cui la scienza sull’uomo giova al sapere che egli ha di sé e quindi alla prassi”.

Riuscire ad essere consapevoli del carattere di limitatezza proprio della scienza significa saper dare il giusto peso al progresso scientifico, riconoscendone le conseguenze positive e negative del suo ampliarsi. Nulla negando alla decisiva critica contro la scientificità, da lui portata avanti, Gadamer cerca di enucleare un relativo rimedio che possa alzare le sorti di una scienza che pretende l’omnicomprensività, da un lato, e di una società invasa e priva di totale libertà, dall’altro. Se per un verso l’esperto, lo specialista è colui il quale conosce bene la propria materia, per cui sa ben giostrare la propria attività, per l’altro, egli è comunque un essere umano, con le proprie responsabilità, la propria storicità, il proprio legame al mondo, la propria finitezza.

Il problema che ha indotto ad una degenerazione della situazione parte dal fatto che ognuna delle due parti, scienza ed umanità, (o meglio, Stato, mondo politico), deve essere responsabile di ciò che avviene per via del progresso scientifico, cosicché si possa sorvegliare attentamente su quanto succede, evitando, così, che i due mondi, quello prettamente scientifico e quello più propriamente umano, non vengano a scontrarsi, né il primo venga ad invadere il secondo, ma anzi trovino un punto accordante e delimitante.

I due piani vengono, dunque, rapportati sotto una nuova luce; però dire che il “[…] sapere pratico dell’uomo diviene oggetto della scienza”, precisa Gadamer, non significa che la scienza ha come oggetto d’indagine l’uomo in sé, bensì che essa “[…] assume come obiettivo il sapere dell’uomo intorno a se stesso, quale si trasmette attraverso la tradizione storico-culturale”.

Lo scienziato, l’esperto, è prima di tutto “essere umano”, carico di un certo carattere normativo che non lo lascia nemmeno nella sua attività di ricerca scientifica. Soltanto sotto questo aspetto si potrà parlare di scienza come “esperienza per l’uomo”, laddove la riflessione scientifica potrà unificare i due diversi tipi di scienza e rendere coscienti dei rispettivi pregiudizi da loro sostenuti.

Partito da un giudizio di carattere negativo verso la scienza moderna, Gadamer, nel testo, giunge alla rivalutazione di un “metro critico” che faccia vedere correttamente all’uomo ciò che della scienza merita di essere promosso e ciò che invece va in ogni caso limitato. L’agire umano, libero da valutazioni e svalutazione superficiali e dotato di capacità di obiettiva critica e di saggio giudizio, deve indurre l’umanità verso un progresso che non sia per lei una minaccia, ma un richiamo per la sua stessa promozione e non per il suo annullamento, cosicché la scienza possa essere di grande utilità e giovamento per l’uomo, la sua vita e la sua prassi.

Bisogna sempre tener presente che siamo tutti uniti in un unico mondo della vita che ci sostiene rapportandoci reciprocamente l’un l’altro; per cui il compito di ciascuno di noi e del medico, in special modo, così come di qualsiasi altro scienziato, è quello di tenere uniti, da un lato, “[…] la competenza altamente specializzata”, dall’altro, il proprio “[…] far parte del mondo della vita”.


Le immagini utilizzate in questa rubrica appartengono a Pier Augusto Breccia; il capo scuola della pittura ermeneutica, che gentilmente ci ha concesso l'autorizzazione alla pubblicazione.

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