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Dove si nasconde la salute
Dove si nasconde la
salute,
di H.G. Gadamer, vuol essere per il
Filosofo ermeneuta uno spunto di
riflessione circa quanto oggi sia
accaduto con la scienza moderna e con la
sua pretesa di universale e assoluta
oggettività.
Il Filosofo, nel porre il
rapporto scienza e prassi, dedica grande
attenzione al tema del corpo e a quella
tanto auspicata “arte della salute”.
La condizione del medico
illustra più di qualsiasi altro esempio
tale relazione, nella misura in cui,
mentre ogni altra conoscenza capace di
produrre qualcosa trova nel suo
risultato una prova del suo sapere, il
lavoro del medico è di un’ambiguità
ineliminabile; basti pensare al fatto
che nei casi singoli non si riesce mai a
determinare con precisione se siano
stati i provvedimenti del medico o sia
stata la natura che si è aiutata da sé a
far riacquistare la salute.
La medicina non opera su
modelli generali, ma su singoli
pazienti; pertanto qui la scienza deve
lasciare spazio al carattere umanitario,
l’esperto non può intervenire in quanto
tale, ma solo lasciando passare innanzi
ad ogni cosa l’essere “uomo” del
paziente.
Oggi la figura
dell’esperto ha invaso tutti i campi
della nostra società; da lui, così come
dallo scienziato, si richiede molto, ci
si aspetta che siano loro a garantire
sulle conseguenze del sapere, con un
carico di grandi responsabilità che non
sono di loro competenza.
L’esperto, definito da
Gadamer, come colui che deve fare i
conti, da un lato, con la scienza in cui
deve essere competente, e, dall’altro,
con la prassi politico-sociale, per via
delle forti esigenze e pressioni
provenienti dall’opinione pubblica, si
trova ad esercitare un potere che in
realtà non è a lui consono. Ed ecco che,
allora, il nostro Filosofo pone in
evidenza come la medicina clinica abbia
fatto del medico un tecnico della
patologia, che entra in contatto col
paziente solo al momento del ricovero.
Tutto scade sul piano
dell’astratto, del teoretico, senza
alcuna attenzione per quanto di umano ci
possa essere nella relazione tra medico
e paziente. Col grande supporto
dell’ermeneutica del dialogo, Gadamer in
questo libro pone le basi per il ritorno
ad un’ “arte della salute”, che ponga
fine al primato metodico della malattia,
e dia spazio ad un medico che sia il
“guaritore ferito”, che condivide col
paziente il dolore insito nella matrice
umana, corporea e mortale. Per poter
curare, il medico deve pensarsi nel suo
aspetto di paziente, ponendosi in aperto
dialogo con l’altro; in caso contrario
non è possibile porre in guarigione il
paziente, laddove si creerebbe un freddo
bipolarismo: da un lato, il medico sano,
dall’altro, il debole paziente malato.
Il libro di Gadamer,
dunque, delinea una certa riflessione
sulla medicina a partire dal luogo
nascosto della salute, e non della
malattia; a partire, quindi, dal
concetto di “prassi medica”, e non da
quello di scienza pura, astratta e
passiva di fronte ad un malato.
Il Filosofo, nel
delineare ciò e nel criticare
l’atteggiamento del “medico guarito”, fa
appello a quanto Platone ha detto circa
la figura del medico, il quale non deve
conoscere solo la natura del corpo del
paziente, ma anche quella della sua
anima.

I pazienti oggi sono resi
dalla medicina totalmente passivi di
fronte ad un sintomo: questo viene
sempre e comunque eliminato con la
semplice somministrazione di un farmaco.
Per Gadamer, invece, è bene lasciare il
sintomo che, parte della vita di un
corpo, serve al medico e al paziente,
per interpretare la salute e
ricostituirne l’armonia. Alla base di
tutto, pertanto, ci sta il dialogo tra i
due, che è necessario, in termini
ermeneutici, in qualsiasi atto
interpretativo, in vista di una società
che non sottoponga la vita umana al
dominio scientifico e tecnologico, fatto
di regole ed uniformità, ma che dia
ampio respiro ad una vita “umana” carica
di sentimenti e valori, che si risolva
in una prospettiva ermeneutica in cui il
comprendere sia il modo d’essere al
mondo dell’uomo ed in cui quest’ultimo
sia perennemente impegnato all’ascolto
dell’altro, all’intesa.
Nel prosieguo del libro,
Gadamer torna puntualmente sul concetto
di “ermeneutica”, fulcro intorno a cui
ruota l’intero suo pensiero. Egli,
pertanto, scorge proprio nella dinamica
di vita comunitaria, nell’ “[…] arte
di potersi reciprocamente scambiare
notizie e – nella – […] facoltà di
ascoltare gli altri, […] il carattere
universale di ogni ermeneutica che
comprende e sorregge il nostro pensiero
e la nostra ragione”.
L’ermeneutica, dunque,
non è da relegare al solo compito di
ausilio per le differenti scienze,
poiché “[…] arriva a toccare le
profondità della filosofia” che
segue sempre la logica del dialogo, la
struttura dialettica di domanda e
risposta in cui si risolve qualsiasi
forma di comprensione.
Lontano da qualsiasi
oggettivismo e assolutizzazione
dell’universale astratto, Gadamer vede
la sua ermeneutica impegnata, tra le
altre cose, a stabilire i termini del
rapporto tra prassi e scienza, laddove
negli specifici casi concreti serve a
ben poco, per non dire completamente a
nulla, l’applicazione asettica del
sapere scientifico.
Il medico, pur dovendo
applicare le proprie conoscenze, dovrà
mettere in azione il proprio personale
giudizio circa il singolo paziente, con
il quale dovrà istaurare un rapporto
basato sul dialogo; pertanto, Gadamer
non parlerà più di “scienza medica”,
bensì di “arte medica”, come capacità
pratica atta al ripristino di ciò che è
naturale.
La differenza che
sussiste tra “medicina scientifica” e
“vera e propria arte medica” si risolve
nel divario esistente tra “sapere
generale” e “applicazione concreta” di
siffatto sapere ad un singolo caso; ed è
significativo come Gadamer faccia
corrispondere tale rapporto a quello,
rispettivamente, tra universale e
particolare, ossia, come “[…] un tema
originario della filosofia e del
pensiero e anche un argomento specifico
del – suo – […] lavoro filosofico che si
qualifica come ermeneutica”.
Di fronte alla
possibilità di acquisire, con lo studio,
in maniera diretta e appropriata, una
conoscenza generale sulle cose, la
capacità della sua applicazione al caso
concreto non può che essere acquisita in
maniera del tutto graduale, tramite
esperienza e capacità di giudizio, nel
caso specifico, dell’arte medica. Il
tutto si esplica solo ed esclusivamente
in una prospettiva intersoggettiva di
rapporto dell’uomo con l’altro uomo, che
può essere reso possibile solo tramite
il dialogo, che è segno di apertura,
fusione, mediazione, interazione.

Quindi, il rapporto
medico-paziente non può che svilupparsi
in maniera positiva, conducendo ad un
giusto intervento da parte del primo in
quella forma di dialogo che coinvolge
democraticamente entrambi, proprio allo
stesso modo in cui avviene nella vita
quotidiana, con quelle conversazioni in
cui “[…] nessuno ha il sopravvento in
quanto è il dialogo stesso a
coinvolgerci tutti”.
Giudicare il problema
medico della salute come ciò che va
affidato al solo ambito
tecnico-scientifico e ai suoi
funzionari, significa snaturarlo,
perdendo di vista il vero legame con la
ricchezza di vita. Il rapporto
medico-paziente deve presentarsi sotto
un aspetto simmetrico, dove il primo non
domini il secondo, ma anzi lo consigli e
lo aiuti a superare il suo problema,
risultando, così, a lui gradito.
Il testo di Gadamer,
inoltre, induce a riflettere su come la
standardizzazione e l’oggettivazione,
ottenuta in seguito all’opera dilagante
della scienza, abbia visto la formazione
di una struttura sociale che attua forme
di autoritarismo, di prevaricazione di
chi occupa un certo ruolo rispetto a chi
sta più in basso, contravvenendo al
riconoscimento dell’altro nella sua
diversità.
Nulla negando alla
conoscenza scientifica di cui deve
essere dotato il medico, è bene
stabilire come questi non abbia come
compito quello di produrre qualcosa; è
“spaventoso” per Gadamer il fatto che
“[…] oggi, entrando in una clinica, si
perda il proprio nome per ricevere un
numero”, quasi che non valga più
quel che si è, nella propria
individualità, personalità, diversità.

La perdita di
individualità, di possibilità di
manifestare il proprio punto di vista,
di voler salvaguardate le proprie
caratteristiche in quanto essere umano
distinto dall’altro, è tutto frutto di
quel processo a cui è andata incontro la
nostra società, invasa dal potere della
scienza che ha razionalizzato ed
istituzionalizzato tutte le forme di
organizzazione sociale. Di fronte ad una
società altamente specializzata, in
virtù della totale divisione del lavoro,
l’uomo è inglobato in questa dinamica
settoriale che gli impedisce sia
l’esercizio autonomo del giudizio, sia
la realizzazione di azioni ponderate in
base alla personale valutazione.
Il medico, però, deve
andare oltre l’oggetto specifico del suo
sapere e della sua capacità pratica,
nella misura in cui la medicina, contro
la pretesa che vorrebbe ridurla ad
applicazione della scienza alla prassi,
può essere considerata come unità di
conoscenza teoretica e sapere pratico.
Egli deve riuscire a
conciliare la sua vita professionale con
l’impegno umano che essa comporta,
laddove il paziente ha bisogno di essere
considerato in tutta la situazione
complessiva della sua esistenza.
Gadamer, nel testo,
auspica che nella relazione
medico-paziente entrambi si rapportino
in modo da imparare a riconoscere i
propri errori, lasciando da parte
qualsiasi intento di prevaricazione e
superiorità sull’altro; il compito
umano, consistente “[…] nel lasciare
aperto l’avvenire e nello schiudere
nuove prospettive”, potrà
realizzarsi solo se ci si riesce a porre
con un atteggiamento di totale apertura,
tramite dialogo, intenzionati ad
ascoltare l’altro, mettendo in dubbio le
proprie convinzioni, verso il
raggiungimento di un risultato che sia
frutto di fusione dei rispettivi
orizzonti. Non indifferente passa il
profondo proponimento di Gadamer, che
implica un trasmettere agli altri, e in
modo particolare ai giovani, “[…] la
gioia della corresponsabilità, del
reciproco sostegno e dello stare
insieme”, aspetti che scarseggiano
in una società come la nostra e nella
vita comune di molti.

All’equilibrio che l’uomo
necessita di riacquistare di fronte alla
propria salute corrisponde quello che lo
stesso ha bisogno di raggiungere
nell’ambito di un complesso sociale in
cui deve farsi spazio per affermare il
proprio essere, la propria
individualità, la propria vita, fatta di
rapporti reciproci comunitari,
attraverso l’incontro con i valori
umani, appartenenti alla propria ed alle
altrui tradizioni e culture. La lotta
contro l’oggettivismo scientifico per la
rivendicazione del diritto di
affermazione di se stessi nella propria
diversità è la stessa sia in campo
medico, in cui il corpo umano va
incontro ad un processo di
oggettivazione, che in campo ermeneutico,
e in campo etico, contro l’assolutizzazione
di norme morali; in tutto questo, è
proprio la coscienza ermeneutica a
riconoscere i confini e i limiti dell’oggettivabilità.
Di fronte ad una
situazione di particolare tensione tra
scientificità, nel senso pieno del
termine, e prassi umana, compresa di
valori, costumi, tradizioni, ossia, tra
scienze della natura e scienze dello
spirito, nonostante le forti obiezioni,
Gadamer giunge a definire, tra le due
parti, un terreno d’intesa nel misurare
la scienza con il senso della misura,
come “[…] solo e unico modo in cui la
scienza sull’uomo giova al sapere che
egli ha di sé e quindi alla prassi”.
Riuscire ad essere
consapevoli del carattere di limitatezza
proprio della scienza significa saper
dare il giusto peso al progresso
scientifico, riconoscendone le
conseguenze positive e negative del suo
ampliarsi. Nulla negando alla decisiva
critica contro la scientificità, da lui
portata avanti, Gadamer cerca di
enucleare un relativo rimedio che possa
alzare le sorti di una scienza che
pretende l’omnicomprensività, da un
lato, e di una società invasa e priva di
totale libertà, dall’altro. Se per un
verso l’esperto, lo specialista è colui
il quale conosce bene la propria
materia, per cui sa ben giostrare la
propria attività, per l’altro, egli è
comunque un essere umano, con le proprie
responsabilità, la propria storicità, il
proprio legame al mondo, la propria
finitezza.
Il problema che ha
indotto ad una degenerazione della
situazione parte dal fatto che ognuna
delle due parti, scienza ed umanità, (o
meglio, Stato, mondo politico), deve
essere responsabile di ciò che avviene
per via del progresso scientifico,
cosicché si possa sorvegliare
attentamente su quanto succede,
evitando, così, che i due mondi, quello
prettamente scientifico e quello più
propriamente umano, non vengano a
scontrarsi, né il primo venga ad
invadere il secondo, ma anzi trovino un
punto accordante e delimitante.
I due piani vengono,
dunque, rapportati sotto una nuova luce;
però dire che il “[…] sapere pratico
dell’uomo diviene oggetto della scienza”,
precisa Gadamer, non significa che la
scienza ha come oggetto d’indagine
l’uomo in sé, bensì che essa “[…]
assume come obiettivo il sapere
dell’uomo intorno a se stesso, quale si
trasmette attraverso la tradizione
storico-culturale”.
Lo scienziato, l’esperto,
è prima di tutto “essere umano”, carico
di un certo carattere normativo che non
lo lascia nemmeno nella sua attività di
ricerca scientifica. Soltanto sotto
questo aspetto si potrà parlare di
scienza come “esperienza per l’uomo”,
laddove la riflessione scientifica potrà
unificare i due diversi tipi di scienza
e rendere coscienti dei rispettivi
pregiudizi da loro sostenuti.
Partito da un giudizio di
carattere negativo verso la scienza
moderna, Gadamer, nel testo, giunge alla
rivalutazione di un “metro critico” che
faccia vedere correttamente all’uomo ciò
che della scienza merita di essere
promosso e ciò che invece va in ogni
caso limitato. L’agire umano, libero da
valutazioni e svalutazione superficiali
e dotato di capacità di obiettiva
critica e di saggio giudizio, deve
indurre l’umanità verso un progresso che
non sia per lei una minaccia, ma un
richiamo per la sua stessa promozione e
non per il suo annullamento, cosicché la
scienza possa essere di grande utilità e
giovamento per l’uomo, la sua vita e la
sua prassi.
Bisogna sempre tener
presente che siamo tutti uniti in un
unico mondo della vita che ci sostiene
rapportandoci reciprocamente l’un
l’altro; per cui il compito di ciascuno
di noi e del medico, in special modo,
così come di qualsiasi altro scienziato,
è quello di tenere uniti, da un lato,
“[…] la competenza altamente
specializzata”, dall’altro, il
proprio “[…] far parte del mondo
della vita”.
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