|
L'Unità d'Italia ha, infatti, voci
maschili, da Carlo Alberto a Mazzini, da
Garibaldi a Cavour, da Turati a
Mussolini a Matteotti, da De Gasperi a
Togliatti, e così via.
In questa storia, i nomi delle donne
sembrano non essere necessari. Eppure,
esiste un altro Risorgimento: quello
Cristina di Belgioioso, Rosa Motmasson,
Anita Garibaldi, Elena Regina, Maria
Montessori, Grazia Deledda, Matilde
Serao, Anna Maria Mozzoni, Anna
Kuliscioff, Edda Ciano, Palma Bucarelli,
Tina Anselmi, Nilde Jotti, Alda Merini,
Rita Levi Montalcini, Oriana Fallaci,
Ilaria Alpi che hanno
rappresentato
l’altra
Metà dell’Unità,
partecipando in maniera attiva, anche se
talvolta anonimamente, alla costruzione
della Nazione, dalla sua Unità fino ai
nostri giorni.
Il tempo è limitato: scelgo di
sviluppare la mia riflessione non tanto
secondo una precisa ricostruzione
storica, quanto attraverso la messa a
fuoco di questioni e di passaggi che per
me sono stati particolarmente
significativi e indicando solo alcune
delle donne che a mio giudizio hanno
costituito e costituiscono punti fermi,
in una sorta di ricostruzione del mio
“album di famiglia”.
Sarà quindi una narrazione
inevitabilmente parziale e partigiana,
che si dichiara tale fin da subito. Sono
infatti convinta che la memoria è
generativa nella misura in è
autenticamente sentita come tale e che,
se vogliamo costruire un futuro più
dignitoso per tutte le donne e gli
uomini di questa Italia, dobbiamo saper
trovare nella storia, la sorgente dei
nostri principi, pur riconoscendo il
valore di altre sensibilità ed altre
letture con le quali confrontarci e
dialogare.
Tutti sappiamo che le donne diventano
ufficialmente “cittadine” nel 1946,
quando esercitano per la prima volta
il diritto di voto e la loro pari
dignità viene sancita dall'articolo 3
della costituzione.
Escluse non solo dal voto, ma (fino
al 1919) dalla possibilità di ricoprire
impieghi statali e di esercitare
professioni che implicassero una
responsabilità pubblica; relegate in
contesti familiari regolati da norme di
legge rimaste immodificate per oltre
mezzo secolo; addette a lavori
immancabilmente presentati e percepiti
come “sussidiari” e “tradizionali”, le
donne italiane stentarono a lungo ad
identificarsi come tali molto più dei
loro “fratelli”. A centocinquant’anni
dalla nascita dello Stato nazionale, la
lunga marcia di costruzione di una koinè
nazionale di cui le donne possano dirsi
protagoniste e interpreti, al di là
della loro appartenenza regionale e
perfino sociale, può dirsi (quasi)
realizzata. Con quali prospettive, a
quale prezzo e con quali fragilità sono
gli interrogativi su cui oggi è
necessario riflettere.
Nel corso di questi centocinquanta anni
le donne sono state “brigantesse
e maestrine”, “migranti di ieri e di
oggi”,
partigane e casalinghe del “mulino
bianco”,
ontellettuali e contadine,
lavoratrici ma anche veline e escort.
Immagini queste di un passato ma anche
del presente. Ma andiamo con ordine.
Nella prima metà dell’800 le donne
vivevano in una situazione di
inferiorità e i loro sforzi per la
patria erano ripagati solo con la
protezione della quale gli uomini
credevano che queste avessero bisogno.
Le uniche donne che potevano avere una
qualche dignità, erano quelle
appartenenti all’élite politica e
culturale che si distingueva per gesta
eroiche, nelle arti o nelle scienze,
mentre le altre erano relegate
all’ambito familiare ed educate ad
essere esclusivamente mogli e madri.
Ciò non impedì a molte donne di
impegnarsi da subito nella lotta contro
il dominio straniero. Ma il senso comune
dei patrioti e la storiografia
ufficiale, impregnati di pregiudizi, ne
hanno spesso oscurato o marginalizzato
il contributo politico e intellettuale.
E così sono entrate nei libri di storia
alcune di loro, come Anita Garibaldi,
Teresa Casati Confalonieri, Giulia
Beccaria, nel ruolo di madre o compagna
di personaggi maschili, le cui virtù
vengono esaltate in funzione di quelle
dell’eroe, e idealizzate in una
dimensione tragica, oppure se vivono di
vita autonoma è nell’ambito di una sfera
tipicamente femminile, quella
dell’intrigo magari a sfondo erotico
come la contessa Oldoini di Castiglione.
Queste donne usarono la parola e
l’azione; organizzarono ospedali e
curarono i feriti; inventarono scuole di
mutuo insegnamento. Oltre la militanza
impegnata spesso si rivolsero alle donne
con scritti e organizzazione di istituti
protettivi e educativi. Inoltre,
affermarono con decisione i desideri
della loro vita intima. Abbandonarono
mariti, in qualche caso anche la prole,
peregrinarono con il loro uomo per
l’Europa, adattandosi pur nobildonne a
mestieri umili.
Le donne sono dunque presenti, nel primo
Ottocento, in una prodigiosa varietà di
atteggiamenti, di scelte, alcune delle
quali così coraggiose e innovatrici da
segnare una decisa maturazione culturale
e spirituale, che le consegna a un
destino di dolore e attesta una
partecipazione piena alla dimensione
civile del vivere. Ad esse va
riconosciuto un realismo non puramente
pragmatico, ma disposto a cogliere il
senso concreto e profondo delle
situazioni.
Sia che aprano i loro salotti al nuovo
spirito libertario, come Nina
Schiaffino Giustiniani, o Bianca De
Simoni Rebizzo, o accolgano gli
esuli nelle loro case, come Giuditta
Sidoli, o svolgano nuovi ruoli, come
prodigarsi come infermiere, fondare
scuole e istituti professionali, asili
per gli orfani, studiare problemi
sociali e del lavoro, come Bianca
Rebizzo, Cristina Trivulzio, Elena
Casati Sacchi, Luisa Solera Mantegazza,
sia che combattano cavalcando come a
Milano Cristina Trivulzio, o sulle
barricate, come a Novara Teresa
Durazzo Doria o Anita Ribeiro
Garibaldi a Roma oppure sostengano
con la loro fede destini di esilio e di
prigionia, esse consegnano alla storia e
al futuro dell’Italia un patrimonio di
valori morali e civili che accompagnerà
il faticoso percorso dell’unità.
Su questa realtà si apre la storia delle
donne nell'Italia unita.
Le distanze e le differenze tra le donne
di fine Ottocento e quelle dei primo
decenni del Novecento sono definite
dalle differenze sociali, culturali ed
economiche che non dall'essere
piemontesi piuttosto che campane o
toscane: al compiersi dell’unità
d’Italia cioè, una contadina veneta è
più simile ad una bracciante pugliese
che non ad una borghese di Milano, che a
sua volta poteva ospitare nel suo
salotto una palermitana della sua stessa
classe sociale piuttosto che un’operaia
di filanda o una lavandaia. L’ordine
familiare rispettava una costruzione
piramidale e antropocentrica (antropos
significa letteralmente “uomo”), tipica
della società di cui era la cellula. La
famiglia allargata di tipo patriarcale
vigeva nelle campagne del Nord come del
Sud e del Centro e dove anche fra la
borghesia e la nobiltà si riconoscevano
alla donna solo ruoli subordinati.
Il nuovo Stato non riconosce alle donne
diritti civili: il codice di famiglia
Pisanelli del 1865 sancisce la
supremazia maschile, addirittura segna
un passo indietro per le donne venete e
lombarde che, prima dell'Unità, non
avevano bisogno dell'autorizzazione
maritale per disporre dei propri beni.
Spesso sono le stesse donne a zavorra e
ogni tentativo di riscatto sociale posto
in essere da altre donne. Nel 1866 la
contessa di Belgiojoso, scriveva:
"quelle poche voci femminili che si
innalzano chiedendo dagli uomini il
riconoscimento formale delle loro
uguaglianza formale, hanno più avversa
la maggior parte delle donne che degli
uomini stessi. [...] Le donne che
ambiscono a un nuovo ordine di cose,
debbono armarsi di pazienza e
abnegazione, contentarsi di preparare il
suolo, seminarlo, ma non pretendere di
raccoglierne le messi".
Le donne non sono quindi “soggetti
politici”: non godono di autonomia né
tanto meno occupano posizioni pubbliche
nei luoghi del potere. La loro
soggettività si esprime altrimenti:
nella militanza come nella ribellione,
nel coltivare l’impegno sociale (sia
questo l’assistenza ai poveri e ai
malati piuttosto che l’alfabetizzazione
degli adulti), nel dedicare la propria
vita ai principi e agli ideali politici
(spesso affrontando sacrifici e
sofferenze materiali ed affettive), nel
nutrire idee e relazioni come
nell'esporsi in prima fila nelle
rivendicazioni per il pane, per l'acqua
o per la casa (nell'ottocento come in
tempi a noi più vicini).
Sarebbe appassionante ricostruire
“l’altra storia” e render conto di
quanto sia stato determinante questo
anonima e continua presenza delle donne,
anche quando non erano “soggetti
politici”. Accennerò solo a due
fenomeni: il brigantaggio femminile e
prime lotte per l’emancipazione
femminile, come le due facce di un
tentativo di riscatto e di
consapevolezza identitaria da parte
delle stesse donne.
È noto il brigantaggio come specifico
aspetto della Questione Meridionale che
i primi governi dell’Italia unita si
trovarono ad affrontare. Meno nota la
dimensione femminile del fenomeno,
l’esistenza cioè delle “Brigantesse”,
fossero queste le donne dei briganti o
capi banda esse stesse. Le repressioni
del banditismo instaurano il terrore nei
territori occupati, la fucilazione sul
campo, lo stupro delle donne dei
ribelli. In questo contesto matura il
dramma delle "brigantesse", che è dramma
della rottura dell'equilibrio familiare,
dramma di madri senza più figli, di
ragazze orfane dei genitori, di vedove:
è dramma di donne disperate che,
ribaltando un ruolo stereotipo di
rassegnazione e sudditanza, si
dimostrano capaci di affiancare con
coraggio i propri uomini e partecipare
attivamente alla rivolta contadina. Le
brigantesse diventano protagoniste di
storie di inaudita ferocia, ma anche di
teneri sentimenti che le esasperazioni
di una guerra civile non riuscironoo a
sopprimere del tutto.
Il movimento per l’emancipazione, come
ho detto, ha due facce, che ben possono
essere esemplificate da due donne:
Anna Maria Mozzoni ed Anna Kuliscoff.
La Mozzoni condusse, tra il 1864 e il
1920, una lunga battaglia per inserire
la questione femminile in tutti i
problemi che lo stato post-unitario
doveva affrontare (riforma dei codici,
riforma sanitaria, riforma elettorale) e
mosse le sue osservazioni partendo dalla
critica della società patriarcale,
convinta che l’oppressione femminile non
avesse radici solo economiche e sociali.
Nonostante gli appassionati appelli per
il suffragio femminile tutti i progetti
di legge per garantire il voto alle
donne, o meglio ad alcune categorie di
donne, vennero regolarmente bocciati (Minghetti
1861, Lanza 1871, Nicotera 1876-77,
Depretis 1882 etc.), compresa la riforma
Giolitti del 1912 che escluse dal
suffragio elettorale le donne insieme a
minorenni, condannati e dementi. Nel
1881 Anna Maria Mozzoni aveva
tenuto un’accorata perorazione del
suffragio femminile (il Comizio de
Comizi): "Se temeste che il suffragio
alle donne spingesse a corsa vertiginosa
il carro del progresso sulla via delle
riforme sociali, calmatevi! Vi è chi
provvede freni efficace: vi è il
Quirinale, il Vaticano, Montecitorio e
Palazzo Madama, vi è il pergamo e il
confessionale, il catechismo nelle
scuole e ... la democrazia
opportunista!". Nonostante la loro
passione le suffragette però non
acquistarono consensi, derise dalla
borghesia conservatrice, accusate di
essere borghesi dai socialisti e
pericolose dai cattolici.
Dall’altra parte le socialiste, Anna
Kuliscioff in testa, si battevano per
modificare gli equilibri sociali,
convinte che senza radicali
trasformazioni sociali e superamento del
conflitto di classe non ci sarebbe stata
emancipazione per le donne e che quindi
il proletariato femminile doveva
combattere la sua battaglia senza
schierarsi con il femminismo delle donne
borghesi.
Nel 1910 il Comitato Pro-Suffragio
chiese al Partito Socialista di
pronunciarsi sulla questione del
suffragio femminile. Turati si pronunciò
contro il voto alle donne fintanto che
"la pigra coscienza politica e di classe
delle masse proletarie femminili"
finisca con il rafforzare le forze
conservatrici. Anna Kuliscioff, compagna
di Turati, gli rispose dalle pagine di
"Critica Sociale" difendendo il
suffragio femminile. Al Congresso
socialista del 1910 però Kuliscioff finì
con il sostenere che "il proletariato
femminile non può schierarsi col
femminismo delle donne borghesi [...]
Per la donna proletaria il suffragio
politico è un’arma per la propria
emancipazione economica". Su "Critica
Sociale" però scrisse: "Non mi riesce di
spiegarmi tanta rigidità verso il
movimento femminile non proletario,
mentre nei rapporti con i partiti
politici borghesi, i socialisti hanno
smussato così generosamente gli spigoli
della loro intransigenza [...]. Se i
socialisti fossero convinti fautori del
suffragio universale, saluterebbero con
gioia le suffragiste non proletarie come
un coefficiente efficace alla vittoria,
riservandosi di combattere qualunque
proposta di legge che intendesse
limitare il voto ad alcune categorie
femminili privilegiate".
La guerra segnò uno sconvolgimento nei
rapporti sociali: gli uomini al fronte,
le donne sono chiamate a sostenere il
“fronte interno” e lo fanno manifestando
un’altra volta le straordinarie capacità
cui sanno attingere, sia assumendosi il
compito di sostenere la famiglia, sia
sostituendo gli uomini anche nei lavori
più duri.
Dopo la guerra però, con il fascismo, la
soggettività politica femminile subisce
nuovi pesanti colpi. La mistica fascista
esalta, sì, la donna, ma come “angelo
del focolare” “nutrice” “fattrice che
offre figli alla patria” “Lo scopo della
vita di ogni donna è il figlio. […] La
sua maternità psichica e fisica non ha
che questo unico scopo”. Si legge
in un manuale di igiene, divulgato dal
regime alla fine degli anni '30. La
funzione della donna è quella
procreativa: a partire da questo
principio si assiste ad un graduale
allontanamento della donna dalla sfera
pubblica.
Con la riforma Gentile viene inferto un
altro colpo al protagonismo delle donne.
L'insegnamento di molte materie fu
precluso alle donne: esse non poterono
accedere ai concorsi pubblici per
insegnare nei licei lettere, latino,
greco, storia e filosofia o per
insegnare italiano negli istituti
tecnici.
Il Decreto Legge del 05/09/1938, infine
imponendo una riduzione al 5% del
personale femminile, impiegato nella
Pubblica Amministrazione, rappresentò il
culmine della discriminazione sessuale.
Ancora una volta la guerra e il ruolo
delle donne nella Resistenza
determinarono una svolta che avrebbe
portato all’affermazione dei diritti
civili. Pari ai compagni partigiani
contro gli oppressori le donne
resisterono, confortarono, sperarono
testimoniando anche con la vita che il
focolare è prigione e il lavoro
schiavitù se mancano pace libertà
giustizia-
È proprio a partire dal riconoscimento
del ruolo che hanno svolto durante la
guerra e nella lotta di Liberazione che
arriva il riconoscimento del diritto di
voto attivo e passivo, esercitato per la
prima volta nel 46 in occasione del
referendum tra repubblica e monarchia e
per l'elezione dell'Assemblea
Costituente.
Le donne partecipano in maniera
massiccia al voto, nonostante i dubbi di
tanti. Tuttavia le donne elette appaiono
sono ancora una netta minoranza,
nonostante il loro intrinseco valore:
sono 21 su 556 componenti l'Assemblea
costituente, poco meno del 4%.
Nove erano comuniste, nove
democristiane, due socialiste e una di
loro era stata eletta tra i candidati
dell’Uomo Qualunque. La loro presenza e
la diversa identità conquistata si fanno
sentire nei dettati della Costituzione.
Particolarmente importante, meriterebbe
da solo tutto il tempo di questo
incontro, l'articolo 3:
Tutti i cittadini hanno pari dignità
sociale e sono eguali davanti alla
legge, senza distinzione di sesso, di
razza, di lingua, di religione, di
opinioni politiche, di condizioni
personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli
ostacoli di ordine economico e sociale,
che, limitando di fatto la libertà e
l'eguaglianza dei cittadini, impediscono
il pieno sviluppo della persona umana e
l'effettiva partecipazione di tutti i
lavoratori all'organizzazione politica,
economica e sociale del Paese.
Il mutato clima e l’entusiasmo per le
nuove prospettive che si aprono
alimentano l’attivismo e la presenza
dell’associazionismo femminile
“collaterali” ai partiti, ma capaci di
mobilitare grandi energie per costruire
una forte presenza e attribuire un ruolo
alle donne (UDI CIF), che sono così
protagoniste in importanti battaglie
quali le lotte contadine, il disarmo, il
lavoro a domicilio, i servizi per
l'infanzia. Tessono inoltre una
straordinaria rete di relazioni
attraverso attività divulgative, di
gestione diretta di servizi (colonie,
asili), di feste che darà un contributo
determinante al maturare della loro
autostima e della loro consapevolezza.
Fondamentale è ricordare proprio in
questa sede, la Legge Merlin che indica
convenzionalmente la legge n. 75 -
approvata il
20 febbraio
1958 dal
Parlamento italiano ed entrata in
vigore sette mesi dopo (il
20 settembre a mezzanotte). Essa
aveva come prima firmataria la senatrice
Lina Merlin e in essa veniva decisa
l'abolizione della regolamentazione
della
prostituzione in
Italia e, contestualmente, veniva
avviata la lotta contro lo sfruttamento
della prostituzione altrui e la chiusura
delle
case di tolleranza.
Intanto le grandi trasformazioni interne
al paese (flussi migratori, boom
economico, passaggio da mondo contadino
a industriale) trasformano la vita delle
donne e le spingono ad assumere nuovi
ruoli e nueve identità. Le scoperte e i
ritrovati tecnologici danno loro uno
straordinario sostegno a ridefinirsi:
nella sfera intima , in quella
familiare, in quella pubblica . La
pillola anticoncezionale, gli
assorbenti, le lavatrici e i frigoriferi
rappresentano forse le principali icone
simboliche di quel che accadeva.
Il posto delle donne non doveva più
essere necessariamente tra le mura
domestiche, la maternità non era più un
destino ineluttabile, la loro presenza
nel lavoro passava dall'essere oggetto
di tutela, ad assumere parità formale, a
prevedere politiche di pari opportunità.
Gradualmente si aprivano ad attività, a
lavori, a professioni dalle quali erano
escluse – e la loro massiccia presenza
cambiava i lavori, trasforma le
professioni.
Con la riforma della scuola media (1962)
sempre più studiano, in numero sempre
maggiore entrano in istituti, in scuole,
in facoltà dove non erano entrate prima.
Gli anni 70 sono quelli in cui la loro
presenza diventa prorompente e sembra
aprire nuovi orizzonti. Donne di diverse
generazioni, tante giovani! Si
aggregano. Nuovi slogan risuonano nelle
piazze. Esplode la loro gioiosa
visibilità, dove la lotta si fa danza e
l'affermazione di sé canto.
“Io sono mia”. “Né puttane né madonne,
finalmente solo donne”. “Tremate
tremate, le streghe son tornate”, sono
solo alcuni degli slogan che
identificano, a torto a a ragione, i
movimenti di emancipazione di quegli
anni.
Le donne irrompono nelle strade con la
loro fisicità e il loro colore e con
loro il corpo di donna, si propongono
politicamente come “soggetto politico”,
non come oggetto su cui altri decidono,
rivendica valore e dignità. Le persone,
i loro diritti, le relazioni tra loro
diventano questioni di rilevanza
politica straordinaria per definire la
società e i nuovi diritti di
cittadinanza.
È una vera rivoluzione culturale che sta
sotto le grandi battaglie, le grandi
trasformazioni legislative degli anni
’70 e che si compie attraverso il
diritto di famiglia, il divorzio,
l’aborto.
Nel 1975 nascono i Consultori familiari,
volti ad affiancare alle tradizionali
prestazioni di cura alla madre e al
bambino interventi di prevenzione
rivolti alla coppia e al nucleo
familiare oltre che al singolo.
Le donne dunque inventano una nuova
lingua per esprimere concetti ed
emozioni che escono per la prima volta
dal segreto del "non detto" “non
dicibile” a parole della politica. Si
incrociano percorsi da provenienze tra
loro remote, uniti dalla comune volontà
di "esserci in quanto donne" (le vecchie
militanti e le giovani studentesse, le
operaie delle catene e le insegnati, le
signore borghesi in crisi e le giovani
sindacaliste sicure di sé).
Siamo nel cuore degli anni in cui si
verifica la saldatura tra le
rivendicazioni (e le conquiste) per i
diritti della persona e
dell'autodeterminazione con quelli delle
riforme sociale e per i diritti
collettivi (lo Statuto dei Diritti dei
Lavoratori, la Riforma Sanitaria, i
Decreti Delegati nella scuola...).
...e poi la cupezza degli anni di
piombo, lo stragismo (ANNI ‘70),
e poi il rampantismo (ANNI ‘80),
e poi tangentopoli, (ANNI ‘90)
e ancora, ai giorni nostri, il
berlusconismo, i corpi delle donne
sempre più esibiti e sempre più
stravolti ed usati.
Guardiamo oggi dove ci ha portato questo
fiume carsico della storia delle donne e
osserviamo straordinari cambiamenti
realizzati in questi 150 anni: l’Italia
che era uno dei paesi dove nascevano più
bambini ed aveva le famiglie più
numerose, ha raggiunto il record
mondiale del più basso tasso di
natalità; le statistiche ci dicono che
le donne non sono più escluse dalle
scuole, ma studiano più dei maschi e con
i migliori risultati; sono entrate in
tutte le professioni ed in alcuni casi
ai massimi livelli...eppure la loro
straordinaria potenza fatica a farsi
potere!
Epppure le donne sono colore che hanno a
tutt’oggi maggiori difficoltà di
inserimento e di raggiungimento di
posizioni degne della loro formazione e
del loro impegno.
Oggi, mosse dallo squallore delle
vicende che sono la drammatica cronaca
del nostro presente le donne stanno
tornando sulla scena con un protagonismo
nuovo, con una parola d'ordine antica,
ma che risuona nuova e forte: la
DIGNITA' di essere persone.
Si possono dire tre cose sulla persona
umana: anzitutto essa attiene alla
relazione con il tempo, e più
precisamente al mantenimento di sé
attraverso il tempo. Un secondo fonte
aspetto attiene alla competizione
con gli altri, alle minacce reali o
immaginarie per l’identità, a partire
dal momento in cui essa si confronta con
l’alterità, con la differenza. A queste
ferite ampiamente simboliche si aggiunge
una terza fonte di vulnerabilità,
e cioè il ruolo della violenza nella
formazione delle relazioni. La
vulnerabilità è un modo del darsi della
relazione, una sua intrinseca
possibilità, e in questo senso si
distingue dall’esposizione umana – ed
animale – al rischio generico della
morte. O del rispetto quando esso è in
grado di cogliere la vulnerabilità
altrui ponendosi a un passo di distanza
per non ferirla.
Le donne sono da sempre i soggetti
privilegiati di una vulnerabilità che
prende molte forme: dalla violenza
domestica allo sfruttamento lavorativo,
dalla mercificazione del loro corpo alla
giuridificazione della loro capacità
procreativa. Le donne, però, sono più
familiari con la vulnerabilità anche dal
lato opposto, quello della cura:
esse, in fondo, sono state e continuano
ad essere le principali custodi del
vulnerabile per antonomasia, l’infante,
che strappa carne alla carne della
madre, sangue al sangue, viscere alle
viscere.
Dunque per l’assunzione necessaria che
ciascuna donna è potenzialmente madre
(potenza in senso aristotelico, come
capacità di) la donna, anche quella
umiliata, oltraggiata, violentata è
capace di riconciliazione. E’ capace di
trasformare la propria vulnerabilità in
perdono, nel senso di oblio attivo.
Si può dire che il perdono è una
forma di oblio attivo, ma con molta
cautela. Esso infatti richiede un
sovrappiù di “lavoro di memoria”. Il
perdono non rimane chiuso entro un
rapporto narcisistico tra sé e sé,
poiché presuppone la mediazione di
un’altra coscienza, quella del
carnefice. Non è un caso se il perdono è
semanticamente accostato al dono in
molte lingue: pardon,
Vergebung, forgiving.
Se la violenza risponde alla
vulnerabilità facendo della vittima
inerme il bersaglio privilegiato, la
comunità del perdono risponde alla
vulnerabilità custodendola,
condividendone il lato della cura.
La parola “perdono” (Vergebung) è
pronunciata nella Fenomenologia di Hegel
con il significato di “riconciliazione”
(…). E’ qui che il perdono confina con
l’oblio attivo e non con l’oblio dei
fatti, in realtà incancellabili.
Accettare il debito non pagato,
accettare che ci sia un debitore
insolvente, accettare che ci sia una
perdita. Tracciare una linea sottile tra
l’amnesia e il debito infinito, ecco è
questo ciò che la donna (e non l’uomo)
sa fare, poiché il primo debitore
insolvente è proprio quel figlio, reale
o geneticamente potenziale, per cui è
ontologicamente donna.
Ignazia Bartholini
|