Rappresentazione della Donna a 150 anni dell'Unità d'Italia e fenomenologia del suo essere persona

 

 

L'Unità d'Italia ha, infatti, voci maschili, da Carlo Alberto a Mazzini, da Garibaldi a Cavour, da Turati a Mussolini a Matteotti, da De Gasperi a Togliatti, e così via.

In questa storia, i nomi delle donne sembrano non essere necessari. Eppure, esiste un altro Risorgimento: quello Cristina di Belgioioso, Rosa Motmasson, Anita Garibaldi, Elena Regina, Maria Montessori, Grazia Deledda, Matilde Serao, Anna Maria Mozzoni, Anna Kuliscioff, Edda Ciano, Palma Bucarelli, Tina Anselmi, Nilde Jotti, Alda Merini, Rita Levi Montalcini, Oriana Fallaci, Ilaria Alpi che hanno rappresentato l’altra Metà dell’Unità, partecipando in maniera attiva, anche se talvolta anonimamente, alla costruzione della Nazione, dalla sua Unità fino ai nostri giorni.

Il tempo è limitato: scelgo di sviluppare la mia riflessione non tanto secondo una precisa ricostruzione storica, quanto attraverso la messa a fuoco di questioni e di passaggi che per me sono stati particolarmente significativi e indicando solo alcune delle donne che a mio giudizio hanno costituito e costituiscono punti fermi, in una sorta di ricostruzione del mio “album di famiglia”.

Sarà quindi una narrazione inevitabilmente parziale e partigiana, che si dichiara tale fin da subito. Sono infatti convinta che la memoria è generativa nella misura in è autenticamente sentita come tale e che, se vogliamo costruire un futuro più dignitoso per tutte le donne e gli uomini di questa Italia, dobbiamo saper trovare nella storia, la sorgente dei nostri principi, pur riconoscendo il valore di altre sensibilità ed altre letture con le quali confrontarci e dialogare.

Tutti sappiamo che le donne diventano ufficialmente “cittadine” nel 1946, quando esercitano per la prima volta il diritto di voto e la loro pari dignità viene sancita dall'articolo 3 della costituzione.

Escluse non solo dal voto, ma (fino al 1919) dalla possibilità di ricoprire impieghi statali e di esercitare professioni che implicassero una responsabilità pubblica; relegate in contesti familiari regolati da norme di legge rimaste immodificate per oltre mezzo secolo; addette a lavori immancabilmente presentati e percepiti come “sussidiari” e “tradizionali”, le donne italiane stentarono a lungo ad identificarsi come tali molto più dei loro “fratelli”. A centocinquant’anni dalla nascita dello Stato nazionale, la lunga marcia di costruzione di una koinè nazionale di cui le donne possano dirsi protagoniste e interpreti, al di là della loro appartenenza regionale e perfino sociale, può dirsi (quasi) realizzata. Con quali prospettive, a quale prezzo e con quali fragilità sono gli interrogativi su cui oggi è necessario riflettere.

 Nel corso di questi centocinquanta anni le donne sono state “brigantesse e maestrine”, “migranti di ieri e di oggi”, partigane e casalinghe del “mulino bianco”, ontellettuali e contadine, lavoratrici ma anche veline e escort.

Immagini queste di un passato ma anche del presente. Ma andiamo con ordine.

 Nella prima metà dell’800 le donne vivevano in una situazione di inferiorità e i loro sforzi per la patria erano ripagati solo con la protezione della quale gli uomini credevano che queste avessero bisogno. Le uniche donne che potevano avere una qualche dignità, erano quelle appartenenti all’élite politica e culturale che si distingueva per gesta eroiche, nelle arti o nelle scienze, mentre le altre erano relegate all’ambito familiare ed educate ad essere esclusivamente mogli e madri.

Ciò non impedì a molte donne di impegnarsi da subito nella lotta contro il dominio straniero. Ma il senso comune dei patrioti e la storiografia ufficiale, impregnati di pregiudizi, ne hanno spesso oscurato o marginalizzato il contributo politico e intellettuale. E così sono entrate nei libri di storia alcune di loro, come Anita Garibaldi, Teresa Casati Confalonieri, Giulia Beccaria, nel ruolo di madre o compagna di personaggi maschili, le cui virtù vengono esaltate in funzione di quelle dell’eroe, e idealizzate in una dimensione tragica, oppure se vivono di vita autonoma è nell’ambito di una sfera tipicamente femminile, quella dell’intrigo magari a sfondo erotico come la contessa Oldoini di Castiglione.

 Queste donne usarono la parola e l’azione; organizzarono ospedali e curarono i feriti; inventarono scuole di mutuo insegnamento. Oltre la militanza impegnata spesso si rivolsero alle donne con scritti e organizzazione di istituti protettivi e educativi.  Inoltre, affermarono con decisione i desideri della loro vita intima. Abbandonarono mariti, in qualche caso anche la prole, peregrinarono con il loro uomo per l’Europa, adattandosi pur nobildonne a mestieri umili.

 Le donne sono dunque presenti, nel primo Ottocento, in una prodigiosa varietà di atteggiamenti, di scelte, alcune delle quali così coraggiose e innovatrici da segnare una decisa maturazione culturale e spirituale, che le consegna a un destino di dolore e attesta una partecipazione piena alla dimensione civile del vivere. Ad esse va riconosciuto un realismo non puramente pragmatico, ma disposto a cogliere il senso concreto e profondo delle situazioni.

 Sia che aprano i loro salotti al nuovo spirito libertario, come Nina Schiaffino Giustiniani, o Bianca De Simoni Rebizzo, o accolgano gli esuli nelle loro case, come Giuditta Sidoli, o svolgano nuovi ruoli, come prodigarsi come infermiere, fondare scuole e istituti professionali, asili per gli orfani, studiare problemi sociali e del lavoro, come Bianca Rebizzo, Cristina Trivulzio, Elena Casati Sacchi, Luisa Solera Mantegazza, sia che combattano cavalcando come a Milano Cristina Trivulzio, o sulle barricate, come a Novara Teresa Durazzo Doria o Anita Ribeiro Garibaldi a Roma oppure sostengano con la loro fede destini di esilio e di prigionia, esse consegnano alla storia e al futuro dell’Italia un patrimonio di valori morali e civili che accompagnerà il faticoso percorso dell’unità.

 Su questa realtà si apre la storia delle donne nell'Italia unita.

Le distanze e le differenze tra le donne di fine Ottocento e quelle dei primo decenni del Novecento sono definite dalle differenze sociali, culturali ed economiche che non dall'essere piemontesi piuttosto che campane o toscane: al compiersi dell’unità d’Italia cioè, una contadina veneta è più simile ad una bracciante pugliese che non ad una borghese di Milano, che a sua volta poteva ospitare nel suo salotto una palermitana della sua stessa classe sociale piuttosto che un’operaia di filanda o una lavandaia. L’ordine familiare rispettava una costruzione piramidale e antropocentrica (antropos significa letteralmente “uomo”), tipica della società di cui era la cellula. La famiglia allargata di tipo patriarcale vigeva nelle campagne del Nord come del Sud e del Centro e dove anche fra la borghesia e la nobiltà si riconoscevano alla donna solo ruoli subordinati.

Il nuovo Stato non riconosce alle donne diritti civili: il codice di famiglia Pisanelli del 1865 sancisce la supremazia maschile, addirittura segna un passo indietro per le donne venete e lombarde che, prima dell'Unità, non avevano bisogno dell'autorizzazione maritale per disporre dei propri beni.

Spesso sono le stesse donne a zavorra e ogni tentativo di riscatto sociale posto in essere da altre donne. Nel 1866 la contessa di Belgiojoso, scriveva: "quelle poche voci femminili che si innalzano chiedendo dagli uomini il riconoscimento formale delle loro uguaglianza formale, hanno più avversa la maggior parte delle donne che degli uomini stessi. [...] Le donne che ambiscono a un nuovo ordine di cose, debbono armarsi di pazienza e abnegazione, contentarsi di preparare il suolo, seminarlo, ma non pretendere di raccoglierne le messi".

Le donne non sono quindi “soggetti politici”: non godono di autonomia né tanto meno occupano posizioni pubbliche nei luoghi del potere. La loro soggettività si esprime altrimenti: nella militanza come nella ribellione, nel coltivare l’impegno sociale (sia questo l’assistenza ai poveri e ai malati piuttosto che l’alfabetizzazione degli adulti), nel dedicare la propria vita ai principi e agli ideali politici (spesso affrontando sacrifici e sofferenze materiali ed affettive), nel nutrire idee e relazioni come nell'esporsi in prima fila nelle rivendicazioni per il pane, per l'acqua o per la casa (nell'ottocento come in tempi a noi più vicini).

Sarebbe appassionante ricostruire “l’altra storia” e render conto di quanto sia stato determinante questo anonima e continua presenza delle donne, anche quando non erano “soggetti politici”. Accennerò solo a due fenomeni: il brigantaggio femminile e prime lotte per l’emancipazione femminile, come le due facce di un tentativo di riscatto e di consapevolezza identitaria da parte delle stesse donne.

È noto il brigantaggio come specifico aspetto della Questione Meridionale che i primi governi dell’Italia unita si trovarono ad affrontare. Meno nota la dimensione femminile del fenomeno, l’esistenza cioè delle “Brigantesse”, fossero queste le donne dei briganti o capi banda esse stesse. Le repressioni del banditismo instaurano il terrore nei territori occupati, la fucilazione sul campo, lo stupro delle donne dei ribelli. In questo contesto matura il dramma delle "brigantesse", che è dramma della rottura dell'equilibrio familiare, dramma di madri senza più figli, di ragazze orfane dei genitori, di vedove: è dramma di donne disperate che, ribaltando un ruolo stereotipo di rassegnazione e sudditanza, si dimostrano capaci di affiancare con coraggio i propri uomini e partecipare attivamente alla rivolta contadina. Le brigantesse diventano protagoniste di storie di inaudita ferocia, ma anche di teneri sentimenti che le esasperazioni di una guerra civile non riuscironoo a sopprimere del tutto.

Il movimento per l’emancipazione, come ho detto, ha due facce, che ben possono essere esemplificate da due donne: Anna Maria Mozzoni ed Anna Kuliscoff.

La Mozzoni condusse, tra il 1864 e il 1920, una lunga battaglia per inserire la questione femminile in tutti i problemi che lo stato post-unitario doveva affrontare (riforma dei codici, riforma sanitaria, riforma elettorale) e mosse le sue osservazioni partendo dalla critica della società patriarcale, convinta che l’oppressione femminile non avesse radici solo economiche e sociali.

Nonostante gli appassionati appelli per il suffragio femminile tutti i progetti di legge per garantire il voto alle donne, o meglio ad alcune categorie di donne, vennero regolarmente bocciati (Minghetti 1861, Lanza 1871, Nicotera 1876-77, Depretis 1882 etc.), compresa la riforma Giolitti del 1912 che escluse dal suffragio elettorale le donne insieme a minorenni, condannati e dementi. Nel 1881 Anna Maria Mozzoni aveva tenuto un’accorata perorazione del suffragio femminile (il Comizio de Comizi): "Se temeste che il suffragio alle donne spingesse a corsa vertiginosa il carro del progresso sulla via delle riforme sociali, calmatevi! Vi è chi provvede freni efficace: vi è il Quirinale, il Vaticano, Montecitorio e Palazzo Madama, vi è il pergamo e il confessionale, il catechismo nelle scuole e ... la democrazia opportunista!". Nonostante la loro passione le suffragette però non acquistarono consensi, derise dalla borghesia conservatrice, accusate di essere borghesi dai socialisti e pericolose dai cattolici.

Dall’altra parte le socialiste, Anna Kuliscioff in testa, si battevano per modificare gli equilibri sociali, convinte che senza radicali trasformazioni sociali e superamento del conflitto di classe non ci sarebbe stata emancipazione per le donne e che quindi il proletariato femminile doveva combattere la sua battaglia senza schierarsi con il femminismo delle donne borghesi.

Nel 1910 il Comitato Pro-Suffragio chiese al Partito Socialista di pronunciarsi sulla questione del suffragio femminile. Turati si pronunciò contro il voto alle donne fintanto che "la pigra coscienza politica e di classe delle masse proletarie femminili" finisca con il rafforzare le forze conservatrici. Anna Kuliscioff, compagna di Turati, gli rispose dalle pagine di "Critica Sociale" difendendo il suffragio femminile. Al Congresso socialista del 1910 però Kuliscioff finì con il sostenere che "il proletariato femminile non può schierarsi col femminismo delle donne borghesi [...] Per la donna proletaria il suffragio politico è un’arma per la propria emancipazione economica". Su "Critica Sociale" però scrisse: "Non mi riesce di spiegarmi tanta rigidità verso il movimento femminile non proletario, mentre nei rapporti con i partiti politici borghesi, i socialisti hanno smussato così generosamente gli spigoli della loro intransigenza [...]. Se i socialisti fossero convinti fautori del suffragio universale, saluterebbero con gioia le suffragiste non proletarie come un coefficiente efficace alla vittoria, riservandosi di combattere qualunque proposta di legge che intendesse limitare il voto ad alcune categorie femminili privilegiate".

La guerra segnò uno sconvolgimento nei rapporti sociali: gli uomini al fronte, le donne sono chiamate a sostenere il “fronte interno” e lo fanno manifestando un’altra volta le straordinarie capacità cui sanno attingere, sia assumendosi il compito di sostenere la famiglia, sia sostituendo gli uomini anche nei lavori più duri.

Dopo la guerra però, con il fascismo, la soggettività politica femminile subisce nuovi pesanti colpi. La mistica fascista esalta, sì, la donna, ma come “angelo del focolare” “nutrice” “fattrice che offre figli alla patria” “Lo scopo della vita di ogni donna è il figlio. […] La sua maternità psichica e fisica non ha che questo unico scopo”. Si legge in un manuale di igiene, divulgato dal regime alla fine degli anni '30. La funzione della donna è quella procreativa: a partire da questo principio si assiste ad un graduale allontanamento della donna dalla sfera pubblica.

Con la riforma Gentile viene inferto un altro colpo al protagonismo delle donne. L'insegnamento di molte materie fu precluso alle donne: esse non poterono accedere ai concorsi pubblici per insegnare nei licei lettere, latino, greco, storia e filosofia o per insegnare italiano negli istituti tecnici.

Il Decreto Legge del 05/09/1938, infine imponendo una riduzione al 5% del personale femminile, impiegato nella Pubblica Amministrazione, rappresentò il culmine della discriminazione sessuale.

Ancora una volta la guerra e il ruolo delle donne nella Resistenza determinarono una svolta che avrebbe portato all’affermazione dei diritti civili. Pari ai compagni partigiani contro gli oppressori le donne resisterono, confortarono, sperarono testimoniando anche con la vita che il focolare è prigione e il lavoro schiavitù se mancano pace libertà giustizia-

È proprio a partire dal riconoscimento del ruolo che hanno svolto durante la guerra e nella lotta di Liberazione che arriva il riconoscimento del diritto di voto attivo e passivo, esercitato per la prima volta nel 46 in occasione del referendum tra repubblica e monarchia e per l'elezione dell'Assemblea Costituente.

Le donne partecipano in maniera massiccia al voto, nonostante i dubbi di tanti. Tuttavia le donne elette appaiono sono ancora una netta minoranza, nonostante il loro intrinseco valore: sono 21 su 556 componenti l'Assemblea costituente, poco meno del 4%.

Nove erano comuniste, nove democristiane, due socialiste e una di loro era stata eletta tra i candidati dell’Uomo Qualunque. La loro presenza e la diversa identità conquistata si fanno sentire nei dettati della Costituzione. Particolarmente importante, meriterebbe da solo tutto il tempo di questo incontro, l'articolo 3:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Il mutato clima e l’entusiasmo per le nuove prospettive che si aprono alimentano l’attivismo e la presenza dell’associazionismo femminile “collaterali” ai partiti, ma capaci di mobilitare grandi energie per costruire una forte presenza e attribuire un ruolo alle donne (UDI CIF), che sono così protagoniste in importanti battaglie quali le lotte contadine, il disarmo, il lavoro a domicilio, i servizi per l'infanzia. Tessono inoltre una straordinaria rete di relazioni attraverso attività divulgative, di gestione diretta di servizi (colonie, asili), di feste che darà un contributo determinante al maturare della loro autostima e della loro consapevolezza.

Fondamentale è ricordare proprio in questa sede, la Legge Merlin che indica convenzionalmente la legge n. 75 - approvata il 20 febbraio 1958 dal Parlamento italiano ed entrata in vigore sette mesi dopo (il 20 settembre a mezzanotte). Essa aveva come prima firmataria la senatrice Lina Merlin e in essa veniva decisa l'abolizione della regolamentazione della prostituzione in Italia e, contestualmente, veniva avviata la lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui e la chiusura delle case di tolleranza.

Intanto le grandi trasformazioni interne al paese (flussi migratori, boom economico, passaggio da mondo contadino a industriale) trasformano la vita delle donne e le spingono ad assumere nuovi ruoli e nueve identità. Le scoperte e i ritrovati tecnologici danno loro uno straordinario sostegno a ridefinirsi: nella sfera intima , in quella familiare, in quella pubblica . La pillola anticoncezionale, gli assorbenti, le lavatrici e i frigoriferi rappresentano forse le principali  icone simboliche di quel che accadeva.

Il posto delle donne non doveva più  essere necessariamente tra le mura domestiche, la maternità non era più un destino ineluttabile, la loro presenza nel lavoro passava dall'essere oggetto di tutela, ad assumere parità formale, a prevedere politiche di pari opportunità.

Gradualmente si aprivano ad attività, a lavori, a professioni dalle quali erano escluse – e la loro massiccia presenza cambiava i lavori, trasforma le professioni.

Con la riforma della scuola media (1962) sempre più studiano, in numero sempre maggiore entrano in istituti, in scuole, in facoltà dove non erano entrate prima.

Gli anni 70 sono quelli in cui la loro presenza diventa prorompente e sembra aprire nuovi orizzonti. Donne di diverse generazioni, tante giovani! Si aggregano. Nuovi slogan risuonano nelle piazze. Esplode la loro gioiosa visibilità, dove la lotta si fa danza e l'affermazione di sé canto.

“Io sono mia”. “Né puttane né madonne, finalmente solo donne”. “Tremate tremate, le streghe son tornate”, sono solo alcuni degli slogan che identificano, a torto a a ragione, i movimenti di emancipazione di quegli anni.

Le donne irrompono nelle strade con la loro fisicità e il loro colore e con loro il corpo di donna, si propongono politicamente come “soggetto politico”, non come oggetto su cui altri decidono, rivendica valore e dignità. Le persone, i loro diritti, le relazioni tra loro diventano questioni di rilevanza politica straordinaria per definire la società e i nuovi diritti di cittadinanza.

È una vera rivoluzione culturale che sta sotto le grandi battaglie, le grandi trasformazioni legislative degli anni ’70 e che si compie attraverso il diritto di famiglia, il divorzio, l’aborto.

Nel 1975 nascono i Consultori familiari, volti ad affiancare alle tradizionali prestazioni di cura alla madre e al bambino interventi di prevenzione rivolti alla coppia e al nucleo familiare oltre che al singolo.

Le donne dunque inventano una nuova lingua per esprimere concetti ed emozioni che escono per la prima volta dal segreto del "non detto" “non dicibile” a parole della politica. Si incrociano percorsi da provenienze tra loro remote, uniti dalla comune volontà di "esserci in quanto donne" (le vecchie militanti e le giovani studentesse, le operaie delle catene e le insegnati, le signore borghesi in crisi e le giovani sindacaliste sicure di sé).

Siamo nel cuore degli anni in cui si verifica la saldatura tra le rivendicazioni (e le conquiste) per i diritti della persona e dell'autodeterminazione con quelli delle riforme sociale e per i diritti collettivi (lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori, la Riforma Sanitaria, i Decreti Delegati nella scuola...).

...e poi la cupezza degli anni di piombo, lo stragismo (ANNI ‘70),

e poi il rampantismo (ANNI ‘80),

e poi tangentopoli, (ANNI ‘90)

e ancora, ai giorni nostri, il berlusconismo, i corpi delle donne sempre più esibiti e sempre più stravolti ed usati.

Guardiamo oggi dove ci ha portato questo fiume carsico della storia delle donne e osserviamo straordinari cambiamenti realizzati in questi 150 anni: l’Italia che era uno dei paesi dove nascevano più bambini ed aveva le famiglie più numerose, ha raggiunto il record mondiale del più basso tasso di natalità; le statistiche ci dicono che le donne non sono più escluse dalle scuole, ma studiano più dei maschi e con i migliori risultati; sono entrate in tutte le professioni ed in alcuni casi ai massimi livelli...eppure la loro straordinaria potenza fatica a farsi potere!

Epppure le donne sono colore che hanno a tutt’oggi maggiori difficoltà di inserimento e di raggiungimento di posizioni degne della loro formazione e del loro impegno.

Oggi, mosse dallo squallore delle vicende che sono la drammatica cronaca del nostro presente le donne stanno tornando sulla scena con un protagonismo nuovo, con una parola d'ordine antica, ma che risuona nuova e forte: la DIGNITA' di essere persone.

Si possono dire tre cose sulla persona umana: anzitutto essa attiene alla relazione con il tempo, e più precisamente al mantenimento di sé attraverso il tempo. Un secondo fonte aspetto attiene alla competizione con gli altri, alle minacce reali o immaginarie per l’identità, a partire dal momento in cui essa si confronta con l’alterità, con la differenza. A queste ferite ampiamente simboliche si aggiunge una terza fonte di vulnerabilità, e cioè il ruolo della violenza nella formazione delle relazioni.  La vulnerabilità è un modo del darsi della relazione, una sua intrinseca possibilità, e in questo senso si distingue dall’esposizione umana – ed animale – al rischio generico della morte. O del rispetto quando esso è in grado di cogliere la vulnerabilità altrui ponendosi a un passo di distanza per non ferirla.

Le donne sono da sempre i soggetti privilegiati di una vulnerabilità che prende molte forme: dalla violenza domestica allo sfruttamento lavorativo, dalla mercificazione del loro corpo alla giuridificazione della loro capacità procreativa. Le donne, però, sono più familiari con la vulnerabilità anche dal lato opposto, quello della cura: esse, in fondo, sono state e continuano ad essere le principali custodi del vulnerabile per antonomasia, l’infante, che strappa carne alla carne della madre, sangue al sangue, viscere alle viscere.

Dunque per l’assunzione necessaria che ciascuna donna è potenzialmente madre (potenza in senso aristotelico, come capacità di) la donna, anche quella umiliata, oltraggiata, violentata è capace di riconciliazione. E’ capace di trasformare la propria vulnerabilità in perdono, nel senso di oblio attivo.

Si può dire che il perdono è una forma di oblio attivo, ma con molta cautela. Esso infatti richiede un sovrappiù di “lavoro di memoria”. Il perdono non rimane chiuso entro un rapporto narcisistico tra sé e sé, poiché presuppone la mediazione di un’altra coscienza, quella del carnefice. Non è un caso se il perdono è semanticamente accostato al dono in molte lingue: pardon, Vergebung, forgiving.

Se la violenza risponde alla vulnerabilità facendo della vittima inerme il bersaglio privilegiato, la comunità del perdono risponde alla vulnerabilità custodendola, condividendone il lato della cura.

La parola “perdono” (Vergebung) è pronunciata nella Fenomenologia di Hegel con il significato di “riconciliazione” (…). E’ qui che il perdono confina con l’oblio attivo e non con l’oblio dei fatti, in realtà incancellabili. Accettare il debito non pagato, accettare che ci sia un debitore insolvente, accettare che ci sia una perdita. Tracciare una linea sottile tra l’amnesia e il debito infinito, ecco è questo ciò che la donna (e non l’uomo) sa fare, poiché il primo debitore insolvente è proprio quel figlio, reale o geneticamente potenziale, per cui è ontologicamente donna.

                                                                                                          Ignazia Bartholini

 

 

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