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Importante
e lunga lettera autografa firmata, 3
pagine e 1/4, datata Messina gennaio
1861, indirizzata al conte di Cavour che
aveva nuovamente inviato La Farina in
Sicilia affinché lo informasse della
situazione politica all'indomani
dell'annessione. Cavour morirà pochi
mesi dopo, nel giugno
1861, quando ancora molti problemi
dell'Italia unita erano tutt'altro che
risolti: l'Italia era fatta, ora
bisognava fare gli italiani, come si
evince dalla lettera. In Sicilia
inoltre,
le forti influenze borboniche rendevano
la situazione ancora più difficile da
gestire, tanto che per poter sperare di
fare una campagna elettorale esente da
influenze
coatte e violente, La Farina dice che
sarebbe stato necessario l'esercito. La
lettera, su carta intestata della
"Società Nazionale Italiana", è scritta
durante l'ultimo breve
soggiorno che La Farina poté fare in
Sicilia, dopo essere stato costretto
all'esilio nel 1859, espulso da
Garibaldi, e dove tornò nel 1860 per
soli due mesi, prima di
esserne nuovamente espulso. |
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La Farina dice di essere arrivato a
Messina il giorno precedente in
compagnia di Cordona e di Raeli, ed
informa il conte che il nuovo consiglio
a Palermo non si è
ancora formato perché i capi del partito
autonomista, convocati da (?) non si
sono presentati. Il popolo comunque ha
reagito e si è fatto sentire; numerose
legazioni
infatti, si sono presentate a
Montezemolo per chiedergli, in nome
della Provincia, il ritorno del vecchio
consiglio; anche la Guardia Nazionale
s'era almeno per intiero
disciolta, protestando i militi di non
voler far parte di un copro che s'era
disonorato. Tutte cose vane, afferma La
Farina; la verità è che a causa della
corruzione
borbonica un gran numero di persone sono
autorizzate a conservare i vizi, o
meglio dire gli abusi, che un governo
onesto non può tollerare. (...) Noi
siamo caduti
appena abbiamo messo mano al coltello
per tagliare la cancrena ... Per
compiere quella, questa epurazione
bisogna che vi sia in Parlamento un
presidio di 8.000
uomini almeno ... Insomma senza un
notevole appoggio non si può fare
alcunché; ed è per questa ragione che
anche lui e Cordona, si sono trovati con
le mani legate.
La Farina racconta del grande dispiacere
che hanno provato nelle Province quando
lui e Cordona si sono dimessi dal
Parlamento: Messina, Catania, Noto,
Caltanisetta,
sono dolenti per la scelta fatta dai
due; i consigli civici indirizzeranno
proteste in proposito. Egli dice di
essere stato accolto con grande stima ed
affetto a Messina (...)
Ieri sera una folla numerosa si è
adunata sotto la mia casa, accompagnata
da una banda musicale, che suonava
l'inno reale, con grandi applausi al mio
nome (...) Qui e
a Catania (e credo lo stesso in altre
capoprovince) le elezioni comunali sono
riuscite benissimo; mio fratello e i
miei amici personali hanno il maggior
numero di voti
nelle elezioni di Messina. In Palermo al
contrario il partito onesto si è
astenuto di votare per codardia e per
inerzia, e risultarono consiglieri con
pochissimi voti crispiani,
autonomisti e fino quel vituperato Ferro
che io volli arrestare ... Egli afferma
che è dunque evidente che Palermo è
sotto la pressione di forti spinte
autonomiste
mazziniane; né sarà facile, aggiunge,
sottrarsi all'influenza dei monarchici
che hanno in mano milioni sottratti alla
finanza pubblica (...) Ella sa che il
voto Bertani ha
riscosso dal tesoro di Licina, senza
causa specificata, la bagatella di 7
milioni! ... La Farina si informa della
salute del conte; quindi gli chiede di
scrivergli del significato
politico della venuta a Napoli di
Rattazzi (...) Qui in Sicilia il mio
povero nome è così congiunto al suo
nella lode e nel biasimo, che non può
non risentirsi della sua
prospera ed avversa fortuna, e ciò senza
contare il bisogno del mio onore. Noi
lottiamo ed ella può essere sicura che
dal canto mio non si mancherà né di
attività, né di
energia: non sono marinaio da perdermi
d'animo per simili tempeste ...
Giuseppe La Farina (Messina, 20 luglio
1815 - Torino, 5 settembre 1863) è stato
un patriota e scrittore italiano.
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